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Compensazioni senza travasi

Compensazione off limits per crediti e debiti dello studio professionale. Non è in alcun modo possibile la compensazione tra la posizione fiscale dei singoli associati e quella dell’associazione; anzi, ancorché dal «travaso» non emerga alcun danno erariale, le sanzioni vanno comunque applicate non potendosi nemmeno invocare l’esimente prevista dallo statuto del contribuente in tema di buona fede. È la decisione della quinta sezione tributaria della Corte di cassazione che con sentenza n. 1538 del 20 gennaio 2017 ha respinto, su tutta la linea, le argomentazioni di alcuni professionisti, associati tra loro che avevano proceduto a compensare debiti fiscali dello studio con crediti personali ricevendo in cambio una cartella di pagamento emessa a seguito del controllo automatizzato della dichiarazione ex articolo 36-bis del dpr n. 600/73.

Nella circostanza gli associati motivavano la propria posizione facendo leva soprattutto su un pronunciamento dell’Agenzia delle entrate, la circolare n. 56/E del 23 dicembre 2009 (si veda altro articolo in pagina), nella quale l’amministrazione finanziaria aveva aperto, seppur in un caso particolare, alla trasferibilità di debiti e crediti tributari dalla sfera associativa a quella personale.

Peraltro la stessa commissione tributaria regionale adita, seppur respingendo il ricorso di parte, aveva in qualche modo aperto a una soluzione condivisa, provvedendo ad annullare le sanzioni irrogate dall’ufficio in applicazione dello statuto del contribuente, sulla base della riconosciuta buona fede del contribuente.

Laconica e senza possibilità di diversa interpretazione, la pronuncia della Cassazione rigetta il ricorso sulla base del principio di diritto secondo cui «come si ricava dall’articolo 17, comma 1, dlgs 9 luglio 1997, n. 241, particolarmente laddove è espressamente prescritto che la compensazione può avvenire soltanto per i crediti sorti nello stesso periodo nei confronti dei medesimi soggetti ivi indicati, deve trattarsi di crediti maturati dallo stesso contribuente e non di altri soggetti d’imposta».

Si pensi all’ipotesi di debiti maturati in capo all’associazione per Iva e a crediti vantati dai singoli associati, persone fisiche, relativi a imposte dirette, per esempio in presenza di acconti versati e ritenute subite eccedenti rispetto all’imposta lorda dovuta. In tale fattispecie il socio (o i soci) non potranno utilizzare il proprio credito fiscale per abbattere la posizione Iva dell’associazione, vertendo, le due posizioni, in capo a soggetti d’imposta diversi.

In tal modo la regola fondamentale viene ribadita nell’impossibilità che la posizione tributaria di un soggetto passivo possa essere contaminata da quella relativa ad altro soggetto, seppur inscindibilmente correlato. Così, al di là delle ipotesi di cessione del credito tributario, da attuarsi con le modalità espressamente indicate dall’amministrazione finanziaria, non è possibile in alcun modo che un credito tributario venga trasferito (per essere chiesto a rimborso e men che mai per essere compensato) ad altro soggetto direttamente e discrezionalmente.

Ora è evidente che a fronte di una sostanziale irrilevanza di gettito, la compensabilità delle posizioni eterogenee che però fanno capo agli stessi soggetti si traduce in un minor impatto finanziario. Nell’ipotesi di cui sopra, infatti, l’associazione deve versare l’Iva a debito con esborso finanziario diretto mentre i soci potranno usare il proprio credito Irpef solo, eventualmente, per abbattere il proprio debito futuro della stessa natura, senza che lo stesso possa avere qualche riflesso in termini di liquidità. Si tratta, a ben vedere, di una strisciante doppia tassazione; seppur non vi sia in realtà alcun reddito tassato due volte in capo allo stesso soggetto, la penalizzazione finanziaria e l’asimmetria non solo temporale tra la gestione del credito fiscale e l’obbligo di versamento in caso di debito, finiscono per aggravare la posizione complessiva del professionista, persona fisica e associato.

La rigidità dell’amministrazione finanziaria è dettata, evidentemente, dal timore di manovre elusive volte a creare artatamente crediti tributari in capo a un soggetto con lo scopo di utilizzarli ad abbattimento di posizioni di segno opposto evidenziate in altre realtà comunque riconducibili allo stesso contribuente.

Alessandro Felicioni

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