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Compensazione spese al limite

Solo in casi eccezionali chi perde la causa si vedrà abbuonato il conto dell’avversario. Il dl sulla giustizia civile, approvato dal consiglio dei ministri il 29 agosto scorso, modifica il regime che, tecnicamente, è definito di compensazione delle spese (ogni contendente paga il suo avvocato e non rimborsa le spese ad altri). Solo in rari e tassativi casi, quindi, il giudice può decidere che ognuno dei litiganti, anche chi vince la causa, si paghi il proprio avvocato.

Le ipotesi compensazione delle spese, che frustrano le aspettative di chi vince, diventano, dunque, residuali. Gli obiettivi della novità sono almeno due: sbarrare la strada a chi vuole abusare del processo e proporre liti temerarie e dare la possibilità a chi vuole fare valere un diritto di ottenere quanto gli spetta, senza dover decurtare le spese sostenute. Vediamo quali, illustrando le variazioni apportate al comma 2, dell’art. 92 del codice di procedura civile.

Si potrà compensare nelle ipotesi in cui vi è soccombenza reciproca oppure nel caso di novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza. Solo in questi casi il giudice potrà abbuonare al soccombente, parzialmente o per intero, il rimborso delle spese legali. La novità si coglie a pieno confrontando la norma con quella attualmente vigente, ai sensi della quale il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicati nella motivazione. I casi di compensazione, a parte la soccombenza reciproca, sono oggi rimessi alla valutazione discrezionale del giudice. Questa disposizione è, ora, alla sua quarta versione.

In base alla prima, era possibile compensare in caso di soccombenza reciproca o di altri giusti motivi: la discrezionalità del giudice era piena, il magistrato poteva limitarsi a dichiarare tautologicamente la ricorrenza di giusti motivi e così evitare a chi perdeva la causa di rimborsare le spese legali all’avversario, quest’ultimo aveva vinto la causa, ma doveva sopportare il pagamento della parcella del suo legale. Una seconda versione (dovuta alla legge 263/2005) ha intaccato la discrezionalità del giudice, il quale doveva esplicitamente dichiarare nella motivazione della sentenza i giusti motivi di compensazione delle spese. Il giudice non poteva limitarsi a formule di rito, ma doveva essere preciso nell’indicare le ragioni specifiche della compensazione. La legge 69/2009 ha ulteriormente incrinato l’apprezzamento del giudice, abbandonando il presupposto dei giusti motivi e li ha sostituiti con le più stringenti gravi ed eccezionali ragioni. Ora si passa al numero chiuso dei presupposti: oltre alla soccombenza reciproca anche la novità della legge da applicare o il mutamento di orientamento della giurisprudenza (in particolare della Corte di cassazione). Fuori da questi presupposti non sarà più possibile compensare le spese. Il primo presupposto è quello della soccombenza reciproca: ciascuno dei litiganti vede respinte parzialmente le proprie domande (quindi non c’è un vincitore al 100%): in questo caso il giudice deve valutare la quota proporzionale di sconfitta a decurtare il rimborso delle spese per un ammontare corrispondente. Il secondo e il terzo presupposto fanno riferimento a situazioni in cui sicuramente c’è buona fede processuale: una legge nuova, che non si sa ancora bene come vada interpretata, oppure un nuovo orientamento dei giudici nell’interpretazione di una norma. La novità si applicherà ai procedimenti introdotti a decorrere dal trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge. La regola, oltre che azzerare la discrezionalità del magistrato, ha l’obiettivo di chiudere le porte dei tribunali a chi vuole strumentalizzare il processo con l’aspettativa di non doverci rimettere nulla.

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