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Commissione d’inchiesta su Mps

Che fine ha fatto il Monte? La Befana s’è portata via le feste, ma non il buco di bilancio di Mps e neanche tutta la compagnia teatrale che nell’ultimo anno ha messo sul palcoscenico la tragicommedia senese. I titoli della banca sono sospesi a divinis dalla quotazione in Borsa, qualcuno ha fatto finta di dimenticarsi di questo dettaglio, ma forse sarebbe ora che Consob, Bankitalia e naturalmente il Tesoro dessero qualche informazione su quel che sta accadendo. Nel frattempo, devono essersi resi conto che lasciare al suo posto l’amministratore delegato Marco Morelli è più rischioso che uscire con i pattini a rotelle sul ghiaccio: è uno dei banchieri più pagati in Europa, il suo piano di cessione ai privati è fallito e godere della fiducia del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, visti gli esiti di tutto il processo di ricapitalizzazione, non è un salvacondotto ma un problema in più.

C’è un decreto del governo, manca tutto il resto, cioè un’idea di come condurre la banca. In ordine rigorosamente sparso, servono: un piano industriale e un piano per la cessione dei crediti deteriorati, un nuovo consiglio di amministrazione, un’idea per un road show internazionale per vendere la banca (ammesso che interessi qualcuno), possibilmente senza fare come la volta scorsa, quando dal tavolo sono spariti tutti i compratori (Qatar, Soros, Paulson, dove siete?), sempre che ci siano mai stati. E’ bene ricordare che Mps, allo stato attuale, non ha mercato. Nessuna compra una banca che è una fornace dove il denaro entra e va in fumo.

Il buio è talmente fitto che è calato un bel silenzio da parte di tutti i protagonisti. C’erano le feste? Il Monte non ha tempo per le feste, anche perché gli hanno fatto la festa parecchio tempo fa. Certo, è tutta colpa della Germania, si capisce, Angela Merkel e il suo governo si riuniscono tutti i giorni per discutere il tema che, come non rendersene conto, è in cima all’agenda teutonica. E si capisce anche come le Sturmtruppen create dalla geniale matita di Franco Bonvicini, siano lontane anni luce dalla comicità dei patrioti dell’italianità, questa categoria ectoplasmica partorita dalla politica, preparatevi a vederli all’opera prossimamente su Alitalia e, ovvio, ancora Mediaset, la trincea per Barbara d’Urso come asset strategico dello Stato.

Ma torniamo al credito finito nel discredito: in questo scenario, oggi il Senato (atto numero 624) vota per alzata di mano (articolo 77 del regolamento del Senato) sulla corsia accelerata da aprire al disegno di legge sulla «istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul dissesto finanziario dell’istituto di credito Monte dei Paschi di Siena». Se ne sentiva la mancanza. Volete sapere come finirà la grande indagine parlamentare? Il titolare di List un anno fa (il 26 dicembre 2015) fece sul Foglio un’inchiesta sull’allegra inutilità delle commissioni d’inchiesta. Allora saltarono per aria le quattro banchette locali (Banca Etruria, Banca Marche, Chieti e Ferrara un anno dopo sono ancora senza un compratore) e si aprì il vibrante dibattito sull’indagine parlamentare. Una novità nel panorama politico del Belpaese. È una storia che comincia nel 1918 con la commissione sulla disfatta di Caporetto: 241 sedute dal 15 febbraio 1918 al 25 giugno 1919, 2.310 documenti e 1.012 testimoni. Tutto per stabilire che il generale Cadorna era un inetto. Si ricomincia, l’Italia conferma la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale..

Trump, le tasse e il protezionismo. Tutti si chiedono: funzionerà? Non lo sappiamo. Ribaltiamo la domanda: il sistema che ha dominato la scena politico-economica dalla caduta del Muro di Berlino fino alla crisi del 2007-2008 ha funzionato? No. Chiusa l’era di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, nel Regno Unito (dopo il grigio periodo del conservatore John Major) arriva Tony Blair (1997) e negli Stati Uniti comincia l’era di Bill Clinton (1993). Sono gli anni della Terza Via, mai realizzata, polverizzata dall’esplosione tecnologica e dalla finanziarizzazione della realtà.

Clinton è l’acceleratore di una serie di processi di apertura dei mercati che hanno plasmato l’attuale scenario globale: Uruguay Round sul commercio (1994), costituzione della Wto (1995), ingresso della Cina nella Wto (2001), allargamento dell’Unione Europea (2004). Come ha magistralmente scritto Martin Wolf sul Financial Times l’altro ieri, questo edificio crolla con la recessione innescata dalla crisi americana che nel 2007 raccoglie la polvere seminata negli anni del Clintonismo a zero credit risk. L’esito di quell’esperienza è Trump. E gli economisti per primi dovrebbero interrogarsi sui loro modelli, la loro validità sul terreno della longue durée della storia.

Nell’attesa di un ripensamento delle teorie generali e dei modelli teorici, un articolo stamattina è finito sul taccuino del titolare di List. È firmato da Lawrence Summers sul Financial Times. L’autore esprime forti dubbi sul piano di riforme fiscali di Donald Trump. Summers pensa che la riforma della corporate tax proposta dai repubblicani sia solo un vantaggio per i più ricchi e l’ascesa del dollaro abbia un impatto negativo sugli esportatori. Ma non c’è una soluzione. E i voti nell’urna per Trump restano. Come le ragioni che ne hanno favorito l’ascesa.

Occorre leggere un secondo articolo, scritto tre giorni fa da Robert Johnson, presidente dell’Institute for New Economic Thinking di Oxford (oddìo, tra i fondatori c’è Soros, sarà un complotto?) che, di fatto, conduce a una versione aggiornata del piano economico-sociale di Franklin Delano Roosevelt negli anni Trenta, il New Deal. Johnson cita uno studio del Mit sulla polarizzazione del sistema politico americano e l’impatto della Cina sul commercio (e i posti di lavoro) negli Stati Uniti: il risultato è che negli Stati dove l’import di merci da Pechino ha colpito, sono stati eletti politici con un’ideologia radicale. La lezione è chiara: Trump (e Bernie Sanders) ha risposto a una domanda, quella che era la chiave di tutto, durante la campagna elettorale, ora la deve realizzare. E qui la partita si apre tra qualche giorno, il 20 gennaio.

Mario Sechi

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