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Commesse in Algeria, salta l’ad Saipem nella bufera delle tangenti

Un’inchiesta scuote Eni e il suo gioiello nelle costruzioni Saipem. Un cda straordinario della controllata ha preso atto degli avvisi di garanzia a due manager per presunta corruzione «secondo gli inquirenti entro il 2009» – in affari con la major algerina Sonatrach. I due – il direttore operativo Pietro Varone e un altro italiano, minore – sono stati sospesi, mentre l’ad Pietro Franco Tali si è dimesso, «per consentire la migliore difesa della società»,
indagata dalla Procura di Milano ai sensi della legge 231 sulla responsabilità aziendale. Al posto di Tali, che lascia dopo un ventennio alla guida, Umberto Vergine, finora consigliere e soprattutto capo della divisione Gas & Power di Eni (che sarà retta ad interim dall’amministratore delegato Paolo Scaroni). Saipem, nel ritenere che «la propria attività sia stata svolta nel rispetto delle leggi applicabili, delle procedure interne, del codice etico e della 231», avvierà un’indagine interna, coadiuvata
da consulenti esterni.
Nelle stesse ore la casa madre che detiene il 42,9% di Saipem -ieri svalutato del 4,33% sui rumor, poi l’azione è stata sospesa – ha riunito un proprio cda, che ha «preso atto» delle decisioni sulla catena, e ha accolto le dimissioni del direttore finanziario dell’Eni, Alessandro Bernini. Il manager fino al 2008 fu direttore finanziario di Saipem. Al suo posto arriva Massimo Mondazzi, vice presidente Asia e Pacifico dell’E&p.
L’inchiesta milanese, condotta dal pm Fabio De Pasquale, segue di un paio d’anni quella dei giudici di Algeri, e la relativa decapitazione di Sonatrach che ha perso per sospetta corruzione e malversazione 15 top manager, molti incarcerati. Diversi fornitori della major algerina, tra cui Saipem che vi ha consolidati rapporti d’affari, sono coinvolti nell’istruttoria del Tribunale di Algeri. Nella primavera 2011 Milano aprì un fascicolo contro ignoti sulle attività
Saipem in Algeria: l’oggetto sarebbe un contratto da 580 milioni di dollari, per realizzare il gasdotto Gk3, ottenuto secondo gli algerini «in condizioni dubbiose », forse «in cambio di servizi o commissioni» Due settimane fa da Milano sono partiti gli avvisi (a Varone, all’altro manager e alla società ex 231). Saipem ne ha informato la capogruppo il 22 novembre, provocando il terremoto di ieri. A San Donato si fa notare che Saipem è una società indipendente,
con propri organi autonomi, un portafoglio ordini miliardario e clienti tra tutti gli operatori degli idrocarburi. Ciò non toglie che Eni consolidi il debito e i solidissimi profitti di Saipem pro quota (nel 2011 utile netto di 921 milioni, con progressione continua che non risente della crisi). Non a caso i grandi investitori istituzionali ne sono azionisti.
De Pasquale da anni indaga il gruppo Eni su ipotesi di corruzione, con fascicoli su Iraq, Kuwait,
Kazakistan, Nigeria, Algeria. La sua tesi è che tramite i local agent Eni abbia pratica corruttiva diffusa; la società si difende parlando, nei casi chiusi come in Nigeria – di “mele marce”. Proprio un ad Saipem (Paolo Ciaccia), nel febbraio ’93, mise i pm di Mani Pulite sulle tracce di Pacini Battaglia, la cui banca svizzera Karfinco foraggiava molti manager Eni di allora. Furono allontanati in 300.

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