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Commercio, sì all’intesa del Pacifico. Dubbi italiani sulla concorrenza cinese

BERLINO Ieri, ad Atlanta, 12 Paesi, compresi Stati Uniti e Giappone, hanno firmato uno dei maggiori accordi commerciali degli ultimi decenni: la Trans-Pacific Partnership (Ttp) abbassa le tariffe, liberalizza gli scambi e introduce nuovi standard per investimenti, ambiente e lavoro in un blocco di Nazioni che copre il 40% dell’economia globale. E cambia le regole del gioco del commercio internazionale. Il resto dell’economia dovrà prenderne atto. L’Europa, che con gli Stati Uniti ha in corso la trattativa per la creazione della Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), dovrà accelerare i tempi per bilanciare sul versante atlantico il successo ottenuto da Washington nel Bacino del Pacifico. La Cina dovrà rivedere qualche strategia: non solo è fuori sia dal Tpp che dal Ttip; rischia di essere isolata anche nel quadro della Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio. Per dire come la questione degli scambi globali abbia preso velocità e come la Cina rischi di restarne vittima, il governo italiano ha aperto ieri un fronte di discussione (scontro) internazionale che nei prossimi mesi sarà molto caldo. Riguarda proprio Pechino e la sua possibilità di accedere allo status ufficiale di «economia di mercato». Roma è contraria: lo ha detto il viceministro per il Commercio Carlo Calenda. Sarebbe «un disarmo unilaterale» nei confronti di un’economia che non soddisfa le condizioni per essere definita tale ma che, se quello status le venisse concesso, godrebbe dei privilegi che esso comporta. Potrebbe cioè facilmente superare i meccanismi di difesa che Bruxelles e Washington oppongono alle pratiche di dumping . Secondo uno studio del mese scorso, l’Italia potrebbe rischiare fino a 416 mila posti di lavoro.
È che il commercio internazionale sta diventando un terreno di scontro globale come da tempo non succedeva. Il rallentamento delle economie emergenti, Cina in testa, le volatilità delle valute e i due grandi accordi Tpp e Ttip stanno cambiando la cornice di quella che è la maggiore forza di crescita economica del mondo.
Quando nel 2001 Pechino entrò nella Wto, le sue pratiche erano palesemente non di mercato. L’intervento del governo nelle imprese e nell’economia distorceva prezzi e costi di produzione. Su queste basi, gli altri membri della Wto ottennero che la Cina firmasse un accordo sulla base del quale le dispute di dumping (prezzi delle esportazioni tenuti artificiosamente più bassi dei costi per conquistare quote di mercato) non fossero giudicate sulla base dei costi interni alla Cina ma su altri parametri. L’accordo scade l’11 dicembre 2016. La Cina dice che, in quel momento, lo status di economia di mercato scatterà automaticamente. Calenda, ma anche molti altri, dicono di no, anche perché da allora le pratiche non sono cambiate molto. Non solo: in una crisi di sovrapproduzione come quella che attraversa ora, la Cina potrebbe essere tentata più di prima di fare del dumping. Senza un’arma di difesa contro la concorrenza sleale, gli europei potrebbero vedere declinare parti della loro industria e perdere tra gli 1,7 e i 3,5 milioni di posti di lavoro.
L’iniziativa del governo italiano tende a sollevare il problema nella Ue, dove più di un Paese – Germania, Francia, Gran Bretagna, per esempio – è iper-prudente quando si tratta di affari cinesi. Sul versante americano, è difficile che Washington accordi lo status di market economy a Pechino in un anno elettorale come il prossimo. A Bruxelles, Roma ha aperto la discussione: tra Ttip e Cina, questioni rilevanti per anni a venire.

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