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Commercio, Europa e Cina contro le barriere di Trump

Levata di scudi dell’Europa contro la «border tax» di Trump che ha l’obiettivo di proteggere il made in Usa introducendo tasse fino al 20 per cento su merci e componenti importate negli States da aziende appartenenti alla stessa conglomerata multinazionale.
Ieri i ministri di Germania ( Altmaier), Francia ( Le Maire), Gran Bretagna (Hammond), Spagna (Romero) e il nostro titolare dell’Economia, Pier Carlo Padoan, hanno recapitato una severa lettera al ministro del Tesoro di Washington Steven Mnuchin dove esprimono «preoccupazioni significative» per la riforma fiscale in discussione negli Stati Uniti. « C’è il rischio di un importante impatto distorsivo sul commercio internazionale » , dicono i Cinque Big che denunciano la violazione delle regole del Wto, dell’intesa Ocse-Beps sull’erosione della base imponibile e sulla doppia tassazione. Preoccupazioni che seguono quelle espresse dalla Cina: secondo il Wall Street Journal Pechino già starebbe lavorando ad una ritorsione a colpi di interventi valutari.
Nel mirino degli europei c’è la voluminosa riforma fiscale di Trump, approvata dal Senato Usa dieci giorni fa, dopo il precedente passaggio alla Camera, ed ora oggetto di una attività di raccordo tra i due testi ad opera di una Commissione bicamerale. La riforma è nota soprattutto per la norma fiscale che ha fatto più clamore: la riduzione dell’aliquota della tassa sugli utili aziendali dal 35 al 20 per cento.
Tuttavia nelle 500 pagine del voluminoso provvedimento ci sono due norme in pieno stile «America First» finalizzate ad impedire la delocalizzazione delle produzioni Usa negli altri Paesi; ad ostacolare l’importazione di componenti prodotti in madrepatria da parte di aziende straniere impiantate negli Usa; e a frenare l’industria finanziaria straniera, o le stesse multinazionale, tassando i trasferimenti e i prestiti intragruppo in chiave anti erosione fiscale.
La contestazione dei Cinque Big riguarda le due versioni di «border tax » , sia quella uscita dalla Camera, più dura, che va sotto il nome di « excise tax » sia quella, più morbida, del Senato ( dove i Repubblicani sono più deboli) battezzata « Beat » , « Base erosion antiabuse tax».
La «excise tax» rappresenterebbe una vera e propria barriera al commercio internazionale: costringerebbe le aziende straniere, o Usa ma collocate all’estero, a pagare le tasse sia nel paese di produzione sia negli Usa. Colpirebbe infatti le « basi » americane di imprese Usa all’estero o le filiali straniere che importano componenti o prodotti finiti e poi li utilizzano o li commercializzano direttamente in America: sarà pari al 20 per cento del fatturato delle componenti o dei beni importanti. L’alternativa è quasi più pesante: la casamadre o le aziende produttrici fuori dei confini Usa dovranno presentare una dichiarazione dei redditi negli Usa e pagare regolarmente la corporate tax per la parte relativa agli utili prodotti con l’operazione di export-import intragruppo.
Meno pesante la «Beat» che non riguarda le merci ma colpisce la finanza: prevede una tassa minima del 10 per cento sui trasferimenti finanziari intragruppo e impedisce la deducibilità degli interessi passivi. La norma, protestano i Cinque Big, introdurrebbe una doppia tassazione e favorirebbe banche e assicurazioni americane. Rischi concreti per le economie dell’Unione europea? I più preoccupati sono i tedeschi che, stavolta, si muovono in sintonia con i Paesi del Sud: la Siemens, ad esempio, ha già protestato. E l’Italia? « Le aziende italiane negli Usa sono di dimensioni medio- piccole e dunque rischiano meno di essere colpite perché stanno sotto i 500 milioni di fatturato che è la soglia sopra la quale si incappa nelle nuove normative » , spiega Stefano Schiavello, responsabile dell’Us desk di STS Deloitte di New York.

Roberto Petrini

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