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Commercio, così è cresciuta la relazione speciale tra Ue e Cina

L’annuncio ha stupito. Se non altro per i tempi. A poche settimane dall’insediamento dell’amministrazione Biden, scontata anche se turbolenta, e della promessa del nuovo presidente Usa di aprire una fase nuova anche in politica estera, l’Unione europea ha annunciato un accordo strategico sugli investimenti con la Cina. La stessa Cina, che nel 2019 era stata dichiarata da Bruxelles un «rivale sistemico».

In altri tempi, l’Unione europea avrebbe forse aspettato, si sarebbe fatta forte dell’alleanza, non solo militare, con gli Stati Uniti, avrebbe definito una linea comune. Ha invece voluto far da sola. Non è mancato infatti chi ha accusato Bruxelles di ingenuità: si pensa davvero che Pechino, governata da un partito unico e comunista, si faccia condizionare da un trattato internazionale e imponga quindi alle società controllate dal governo pratiche «da azienda privata»? oppure introduca diritti per i lavoratori?

Non vale nemmeno, per spiegare l’arcano, sottolineare come gli Stati Uniti di Biden, a parte i toni e lo stile, non si allontaneranno molto dalla politica di Donald Trump. La Cina di Xi Jinping è decisamente più attiva in politica estera e, oltre a insidiare un po’ ovunque la rete di rapporti di Washington e Bruxelles, minaccia direttamente i numerosi alleati degli Usa che si affacciano sul Pacifico. Chiunque si insedi alla Casa Bianca non può ignorare che tra Pechino e Washington sia scoppiata una “guerra fresca”. Fu del resto la presidenza Obama, con Joe Biden vicepresidente molto attivo sul fronte diplomatico, a decidere di disimpegnare gli Usa, il più possibile, su Medio Oriente ed Europa per concentrarsi sul Pacifico.

Gli Stati Uniti però avrebbero gradito un’azione comune, invece di una rivendicazione quasi sfrontata di indipendenza. Il punto è che ormai, da diversi punti di vista, le prospettive con cui Stati Uniti e Unione europea guardano alla Cina sono profondamente diverse. A cominciare proprio dai rapporti economici: da qualche tempo, infatti, le relazioni commerciali di Bruxelles con Pechino sono ormai molto più ampie di quelle di Washington con Pechino. L’interscambio con la Cina, importazioni e soprattutto esportazioni, è in rapporto al Pil nominale più incisivo per l’Europa (4%) che per gli Stati Uniti (2,6%).

Non è stato sempre così. L’interscambio complessivo – import + export in rapporto al Pil nominale – tra Bruxelles e Pechino ha continuato a crescere nel tempo, sia pure con la “pausa” della grande recessione, dopo la quale c’è stata solo una leggera frenata. Tra Stati Uniti e Cina, invece, ha raggiunto un massimo e poi ha iniziato a calare: nel 2014, ben prima dell’inizio dell’Amministrazione Trump.

Il “sorpasso” – se così lo si può chiamare – dell’Europa sugli Stati Uniti è legato alle importazioni. Sulle esportazioni verso la Cina l’Unione è invece sempre stata relativamente più “attiva” degli Stati Uniti: erano pari nel 2019 all’1,2% del Pil, contro lo 0,5% degli Usa). Merito soprattutto della Germania, che ha saputo vendere macchinari e attrezzature in quantità importanti.

La Cina è così diventata, per la Ue, il primo Paese come origine delle importazioni (18,7% del totale nel 2019), davanti agli Stati Uniti (12%), la Gran Bretagna (10%) e poi la Svizzera (5,7%). Solo l’Europa extra Ue nel suo complesso ha un peso maggiore (32,3% che svanisce una volta escluso l’apporto elvetico e britannico). La vicina e, per altre ragioni, strategica area del Mediterraneo (esclusa la Croazia) pesa per circa la metà, il 9%…

Decisamente meno importanti appaiono le esportazioni: il primo paese di sbocco, per la Ue, restano gli Stati Uniti (18% del totale), seguiti dalla Gran Bretagna (15%). La Cina è più lontana, con il 9,3%. L’Europa extra Ue, senza l’apporto britannico ed elvetico, vale da sola un po’ meno del Regno Unito (13,3%), mentre l’area del Mediterraneo appare più importante del gigante asiatico (9,9%).

Non sono numeri altissimi, che diano l’idea di un’interdipendenza forte tra Pechino e Bruxelles, paragonabile a quella che esiste invece tra riserve valutarie cinesi e titoli di Stato Usa). L’opportunità di stringere rapporti più stretti sul fronte degli investimenti – la Cina ha molti risparmi e le aziende anche private ruotano in ogni caso attorno al partito – non esclude, anzi, che con Pechino si possa conservare un rapporto di rivalità strategica. Gli Stati Uniti, che trovano nella Banca del popolo cinese un forte acquirente di titoli di Stato – anche se sempre meno importante – non possono vantare la stessa indipendenza.

Più libera sul fronte delle alleanze, più legata commercialmente ma senza forti dipendenze sul piano finanziario (come invece ha Washington), l’autonomia di Bruxelles trova nei dati – non numerosi – a disposizione una sua giustificazione. I rapporti Ue-Cina sono ovviamente molto complessi e articolati, ma queste relazioni forniscono in un certo senso la base economica (alla quale si può affiancare quella più squisitamente politica). «L’Europa ha un approccio strategico – riassume Stephen L. Jen di Eurizon Slj, del Gruppo Intesa San Paolo – e non si affiancherà semplicemente agli Stati Uniti contro la Cina come ha fatto durante la guerra fredda per isolare l’ex Urss. L’Europa è già molto esposta verso la Cina (più o meno il doppio degli Usa)». Il maggior peso assunto dalla Cina in Europa porterebbe Bruxelles a vedere le cose in prospettiva diversa: «L’ex Urss, ai suoi massimi, contava per il solo 8% del Pil globale, mentre la Cina ora è al 20%: è semplicemente già troppo grande per essere “contenuta” da chiunque e l’Europa lo ha capito», aggiunge.

La diversità di approcci è già andata molto avanti. Dopo l’intesa sugli investimenti, conclude Jen – che parla apertamente di un mondo tripolare – «gli investitori potrebbero prendere in considerazione il fatto che la Cina può vedere l’Europa come un contrappeso per gli Usa e gli Usa vedere la Russia come un contrappeso per la Cina. Questo disallineamento delle visioni sugli avversari creerà importanti dinamiche, nel tempo, anche per i mercati finanziari».

I dati, si può aggiungere, mostrano anche quanto l’Europa possa ancora “osare” nei confronti della Cina, per imporre regole uguali e diventare indipendente in alcuni settori strategici come sanità e prodotti biotecnologici, intelligenza artificiale, batterie e energie alternative. Non ha voluto farlo, però, a proposito di Hong Kong e della progressiva trasformazione della sua struttura politica, con evidenti riflessi sul rischio Paese. Sotto questo punto di vista l’Unione ha chiaramente rinunciato al proprio soft power; e ha sbagliato i tempi.

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