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Commercialisti, consulenti e legali puntano su privacy e crisi d’impresa

Nel 2021 i nuovi servizi che i professionisti dell’area economico-giuridica offriranno sono soprattutto la consulenza per le crisi di impresa e quella per la compliance alle normative sulla privacy e le nuove tecnologie. Oltre che l’assistenza alle start up. Guarda soprattutto alle novità legislative l’orizzonte di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro. È questo il dato che emerge dall’analisi dell’Osservatorio Professionisti e innovazione del Politecnico di Milano sul proprio campione di tremila studi di avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, statisticamente rappresentativi delle varie realtà italiane, quindi sia di piccole che medie e grandi dimensioni. L’analisi “verticale”, categoria per categoria, condotta dal Politecnico rappresenta un approfondimento dell’annuale Osservatorio professionisti dell’università milanese.

Il report approfondisce anche gli investimenti in tecnologie, presenti e futuri, e le dinamiche di prezzo.

L’offerta futura

Un ampio capitolo è quello dedicato a fotografare sia i servizi già offerti dagli studi, che quelli implementati nell’anno appena trascorso e quelli che si pensa di introdurre nel 2021 (si veda il grafico a fianco). E ai primi posti per avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro ci sono, appunto, per l’anno appena iniziato i servizi legati al Codice della crisi di impresa (rinviato a settembre) e la consulenza sulla privacy e il Gdpr. Questi ultimi saranno introdotti in media in più del 10% degli studi. Più dinamici gli avvocati (anche grazie alla rappresentanza degli studii più strutturati) che puntano anche sulle nuove tecnologie (12%) , sulla finanza agevolata (13%) e sullo sviluppo del business; mentre tra i commercialisti non manca la consulenza direzionale verso il change management (17%).

Dati che rappresentano un po’ la cartina di tornasole di come i professionisti stanno programmando le innovazioni di mercato. «La leva principale del cambiamento resta quella delle novità legislative- commenta Claudio Rorato, responsabile scientifico e direttore dell’Osservatorio – manca ancora un salto di qualità verso l’innovazione, anche per questo motivo tutti i professionisti finiscono per fare le stesse cose». Ma vediamo nel dettaglio come si stanno muovendo le singole categorie sui servizi e l’innovazione.

Gli avvocati

Dal report dell’Osservatorio emerge un mondo legal diviso a metà: da un lato i grandi studi, «ormai organizzati come i big della consulenza, profondamente orientati verso il business dei clienti, dall’altra la prevalenza di realtà minori, ancorati a modelli tradizionali. E infatti gli studi legali sono la categoria con gli investimenti più contenuti in tecnologie: «Due studi su tre (66%) – si legge nello studio – hanno speso meno di 3mila euro nel 2019 e quasi il 60% degli studi è rimasto su questi livelli nel 2020».

C’è però, appunto, anche una piccola fetta che dichiara investimenti importanti (il 6% oltre i 10mila euro), e uno su tre conferma di aver aumentato la spese It quest’anno. Si tratta in genere proprio delle realtà di grandi dimensioni. Ma dall’analisi emerge una maggioranza arroccata su dinamiche tradizionali, con scarsa capacità di collaborazione: è qui che si trova la più alta percentuale (66%) di professionisti che non ritengono utile dare ai clienti accesso al gestionale di studio.

I commercialisti

È la categoria che negli ultimi due anni ha investito di più in tecnologie, probabilmente ancora nella scia della fatturazione elettronica: il 25% ha speso oltre 10mila euro nel 2019 e un altro 26% tra i 5mila e i 10mila euro. Si spiega anche così lo stop a ulteriori investimenti futuri dichiarato da quasi due su tre. I commercialisti sono anche tra i più aperti alla condivisione: per il 43% il gestionale di studio è già accessibile ai clienti, mentre solo un terzo dichiara di voler riservare il sistema per sé.

«Ora però i commercialisti devono evolvere, ad esempio verso il controllo di gestione – commenta Rorato – non c’è bisogno di attendere il codice della crisi di impresa, ad esempio, per analizzare il rischio default delle aziende».

I consulenti del lavoro

Tolta la consulenza contrattuale, che interessa circa i due terzi degli studi, «i consulenti del lavoro – secondo l’Osservatorio – si dimostrano “pigri” nell’ampliare il portafoglio servizi nelle aree a loro più vicine: la gestione non amministrativa del personale». Lo dimostrano gli ampi spazi vuoti nei servizi da sviluppare (le aree grigie del grafico a fianco) . «Eppure – osserva Rorato – in teoria proprio i consulenti del lavoro avrebbero il maggior potenziale di sviluppo di nuovi servizi, perché potrebbero integrare la propria presenza nella gestione amministrativa del personale, con tematiche innovative quali la selezione, lo sviluppo delle risorse umane o l’analisi dei fabbisogni formativi». Mentre di fatto la gestione delle risorse umane, soprattutto per le Pmi, è un’area molto ampia ma – rileva il report – al momento non adeguatamente presidiata.

L’evoluzione

Dopo lo choc dell’emergenza sanitaria e dello smart working, nel futuro Rorato vede «la necessaria evoluzione verso l’interpretazione di una nuova domanda del mercato, ora ancora latente, e l’offerta di servizi a valore aggiunto».

«Si intravede già qualche studio più market oriented non solo tra i grandi» precisa Rorato, indicando quelli che studiano a fondo il business del cliente, analizzano le leve di successo e si fanno avanti per primi con consulenza strategica. In una parola i proattivi. A loro, il peso di un mercato troppo focalizzato sui ribassi dei prezzi rispetto al contenuto – tema che assilla in media un professionista su due – fa meno paura.

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