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Come ballare sui massimi. Senza farsi illusioni troppo pericolose

F orse è il rally meno amato della storia di Wall Street quello che la settimana scorsa ha spinto all’insù entrambi i principali indici azionari americani verso nuovi record storici: il Dow Jones industrial average (Djia) sopra 15.000 punti e lo Standard & Poor’s 500 sopra quota 1.600. L’umore degli investitori infatti è un misto di eccitazione e ansia, ha spiegato Mohamed El-Erian, il ceo e co-responsabile degli investimenti di Pimco, una delle principali società di gestione di fondi comuni negli Usa, parlando a una conferenza del Milken institute a Los Angeles.
Dimensioni
L’eccitazione viene dalla velocità e ampiezza del rialzo della Borsa americana, che è cresciuta del 15% dall’inizio del 2013 (indice Djia) e del 130% dai minimi del marzo 2009. Un simile inizio d’anno non lo si vedeva dal 1999, quando il mercato era nel pieno dell’euforia da dot.com. Ma mentre allora la corsa a partecipare al rally era motivata dalla fiducia nella sua continuazione, adesso sembra contare molto di più l’assenza di alternative. Con i titoli del Tesoro americano decennali che offrono l’1,7% l’anno lordo — zero al netto dell’inflazione — e perfino i junk bond (le obbligazioni spazzatura, emesse dalle aziende più a rischio) con i rendimenti scesi per la prima volta sotto il 5%, i risparmiatori non hanno altro modo di far crescere il loro capitale se non scommettendo sulle azioni. Ma è una situazione artificiale, perché i tassi di interesse così bassi sono frutto della politica monetaria espansiva della Federal Reserve, la banca centrale Usa, che continua a tenere allo 0% il costo del denaro e a comprare titoli obbligazionari sul mercato per 85 miliardi di dollari al mese (con il quantitative easing). Ed è seguita su questa strada dalle altre principali banche centrali, Giappone ed Europa, preoccupate che senza lo stimolo monetario le economie dei loro Paesi tornino in recessione.
L’ansia viene dal temere che questo rally non sia sostenibile e che l’effetto non desiderato dello stampare dollari sarà lo scoppio di una iper inflazione stile anni Settanta. Lo pensa per esempio l’investitore miliardario Stanley Druckenmiller, che la settimana scorsa alla conferenza Ira Sohn di New York — una passerella dei maggiori gestori di hedge fund americani — ha detto che tutto questo finirà molto male e in particolare il Toro smetterà di correre appena la Fed segnalerà la fine dell’attuale politica.
L’atteggiamento giusto è essere consapevoli di questa situazione, cavalcare la tendenza pronti ad aggiustare la strategia appena arriva quel segnale, secondo El-Erian.
Ma il guru di Wall Street Warren Buffett, reduce dalla convention annuale della sua società di investimenti Berkshire Hathaway a Omaha, Nebraska, è meno scettico sulle prospettive della Borsa americana: alla tv finanziaria Cnbc ha detto che non solo la Fed, ma anche il miglioramento dell’economia è alla base del rialzo dei prezzi delle azioni, che secondo lui sono ancora ragionevoli, mentre le obbligazioni sono oggi un terribile investimento, da evitare perché quando i tassi di interesse risaliranno i loro prezzi crolleranno e chi li possiede subirà pesanti perdite.
Dati
I dati sul calo delle domande per i sussidi di disoccupazione negli Stati uniti, scese la settimana scorsa per la prima volta sotto i livelli precedenti la Grande Recessione, confermano che l’economia americana continua a migliorare, ancorché lentamente. I nuovi posti di lavoro creati in aprile sono stati superiori alle previsioni e il tasso di disoccupazione è sceso al 7,5%, il minimo da quando Barack Obama è diventato presidente (gennaio 2009). Mentre la maggioranza delle aziende quotate a Wall Street anche questo trimestre ha annunciato risultati di bilancio migliori delle aspettative degli analisti.
Se i tassi di interesse rimangono a questi livelli — e l’economia non appare abbastanza forte da far cambiare politica alla Fed a breve — l’indice S&P500 delle azioni americane continuerà a salire oltre quota 2.000 sostiene Dominic Wilson, il capo della Ricerca economica di Goldman Sachs nel suo ultimo rapporto. Ottimista è anche Sam Stovall, il responsabile delle strategie azionarie di S&P Capital IQ: quest’anno non vale la massima «vendi a maggio e stai lontano da Wall Street», dice, perché quando sia a gennaio sia a febbraio l’S&P500 è in forte rialzo, la tendenza positiva continua anche fra maggio e ottobre, contrariamente al solito. Ma nessuno garantisce: anche nel 2011 i primi due mesi erano andati bene e poi in estate la Borsa aveva perso quasi il 20%.

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