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Colpo ai fondi pensione l’imposta raddoppia: 20% in rivolta le casse previdenziali

L’obiettivo è quello di far ripartire i consumi con il Tfr in busta paga, il rischio è che si comprometta la “seconda gamba” delle pensioni, cioè la previdenza integrativa. Sui rendimenti dei fondi pensione si scaricherà una sorta di stangata con la tassazione che passerà dall’11,5% al 20%, in più gli aderenti ai fondi potranno sospendere per un periodo (dal 2015 al 2018, per ora) i versamenti per ricevere, così, l’anticipo della liquidazione e spendere il proprio risparmio previdenziale.

Ma ci saranno anche altri effetti collaterali provocati dalla norma che prevede l’anticipo del Tfr nella busta paga a partire dalla metà del prossimo: per esempio che per il lavoratore interessato l’operazione si tradurrà in un aumento di tassazione visto che non si estenderà il trattamento fiscale favorevole fissato invece per il Tfr nella sua funzione classica.
Ed è presumibile che nel momento della scelta (irreversibile nella fase di sperimentazione dell’operazione, dal 2015 al 2018) i lavoratori (dipendenti delle aziende private ma non del pubblico impiego e dell’agricoltura) terranno conto di tutti questi fattori. La volontarietà, infatti, rimane il caposaldo del progetto dell’esecutivo.
Il Tfr, istituto che gli altri paesi non hanno, doveva servire, con la riforma del 2007 e dopo aver svolto per decenni il solo compito della buonuscita alla fine del lavoro perlopiù nella stessa azienda, ad alimentare i fondi previdenziali integrativi per rendere un po’ più consistente il futuro assegno pensionistico. Fu fatta una grande campagna bipartisan e sindacale perché i fondi complementari decollassero anche con l’idea che potessero diventare protagonisti (i fondi raccolgono oggi più di 120 miliardi di euro) in un mercato finanziario asfittico com’è tradizionalmente quello italiano. Qualcosa si è mosso e attualmente ai fondi è iscritto circa il 30 % dei lavoratori dipendenti. E i fondi nel lungo periodo sembrano in grado di garantire rendimenti superiori a quelli, fissati per legge, del Tfr.
D’altra parte, con il passaggio, nel 1996 con la riforma Dini, dal sistema retributivo a quello contributivo il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra l’ultima retribuzione e l’importo della pensione, è ormai destinato a ridursi in maniera significativa, quasi a dimezzarsi. Tanto più per i lavoratori più giovani con una carriera professionale discontinua, tanto più per effetto della lunga crisi economica visto che il calcolo della pensione tiene conto pure della dinamica del Pil. Ruolo assegnato alla previdenza integrativa, appunto: compensare la perdita.
Con la mossa del governo è indubbio che possa invece arrivare una frenata alla previdenza integrativa. Da una parte perché potrà chiedere l’anticipo del Tfr anche chi ha aderito a un fondo, sospendendo così per il periodo 2015-2018 il versamento rinunciando nello stesso tempo al contributo del datore di lavoro che varia, a seconda dei contratti, dall’1 all’1,8%. Dall’altra parte perché il governo ha deciso di incrementare in maniera pesante la tassazione sul risparmio previdenziale: il prelievo sui rendimenti dei fondi salirà dall’11,5 al 20%. Una quota ancora inferiore a quella del 26% fissata per le rendite finanziarie ma comunque un passo verso l’armonizzazione delle aliquote e in controtendenza rispetto al passato in cui per incentivare l’adesione ai fondi si agì sulla leva fiscale. E contro l’inasprimento fiscale sono in rivolta le casse previdenziali dei professionisti sulle quali l’imposizione crescerà dal 20 al 26%. «Miopia istituzionale», l’ha definita Andrea Camporese presidente dell’Adepp.
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