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Colosso mondiale all’incaglio di famiglia

Accanto, però, almeno nel cda, gli resta Luigi Francavilla. Lo stesso che nel 1968 ingaggiò come capo officina, quando nella fabbrica di Agordo, fondata nel 1961, lavoravano una decina di persone. Da allora Del Vecchio, classe 1935, e la sua creatura ne hanno fatta di strada, fino a diventare il primo player mondiale nel settore dell’occhialeria.
Gli esordi
L’infanzia di Del Vecchio al collegio dei Martinitt è ormai entrata nella storia, così come il suo apprendistato professionale. Per tre anni ha fatto il garzone di otto incisori alla Johnson e non lo chiamavano nemmeno per nome, era solo “fioeu”, ragazzo in milanese. Di giorno lavorava e di sera frequentava la scuola di Brera.
Da lì diventò capo terzista fuori Milano e qualche anno dopo andò ad Agordò dove la comunità montana aveva offerto terreno alle fabbriche che avessero aperto là. A ventisei anni iniziò così l’avventura di Luxottica, dapprima come terzista e poi come produttore di occhiali finiti. «Ci siamo presentati al Mido con sette-otto modelli di metallo arraffazzonati su a mano in venti giorni e là è partita la vera Luxottica» racconta lo stesso Del Vecchio. Era il 1971.
L’espansione internazionale
Il patron di Luxottica guida poi il gruppo attraverso una crescita, prima in Italia e poi all’estero. Gli anni ’70 sono quelli dedicati alla realizzazione e commercializzazione di occhiali finiti anche attraverso la distribuzione diretta, mentre gli anni ’80 sono quelli dell’internazionalizzazione cominciando dall’acquisizione di Avant Garde Optic a New York, oltre 6.500 km da Agordo. A fine anni ottanta iniza anche la collaborazione con il mondo della moda: prima licenza acquisita dal gruppo fu quella di Giorgio Armani, ancora nel portafoglio dei marchi prodotti da Luxottica oggi.
L’espansione internazionale porta il gruppo alla quotazione a Wall Street nel 1990. Cinque anni dopo l’acquisizione di Lenscrafters, la più grande catena Nordamericana. Lo stesso anno in Italia rileva Persol e nel 1999 rileva da Baush&Lomb il marchio icona degli occhiali da sole, Ray Ban.
Solo nel 2000 il titolo debutta a Piazza Affari e l’anno successivo torna a fare acquisti in Usa conquistando la catena Sunglass Hut, mentre nel 2003 è la volta dell’Australia con l’acquisizione di Opsm Group. Nel 2004 nasce il sodalizio con Andrea Guerra, che ha continuato la strategia di espansione, sia in Asia sia negli States arrivando a guidare un gruppo da oltre 70mila dipendenti in 130 Paesi al mondo. Allo stesso tempo un disimpegno progressivo di Del Vecchio dal business, per dedicarsi alle sue passioni dopo una vita di lavoro, ha reso Luxottica un esempio italiano di separazione fra management e proprietà.
Affari e famiglia
La vita personale di Leonardo Del Vecchio, però, è sempre stata legata a doppio filo alla storia di Luxottica a cominciare dagli esordi. La fabbrichetta a inizi anni ’60, infatti, lo vede lavorare fianco a fianco alla moglie Luciana Nervo, da cui ebbe tre figli: Claudio, Marisa e Paola. Dei tre solo Claudio siede oggi nel board del gruppo, ma è destinato ad uscirne al prossimo rinnovo. E proprio Claudio aveva seguito l’espansione negli States di Luxottica ma ne era uscito per dissapori con il padre. Poi era arrivata la seconda e attuale moglie di Del Vecchio (da cui ha divorziato e che poi ha risposato nel 2010), Nicoletta Zampillo, al centro in questi giorni del riassetto della holding Delfin (si veda articolo in pagina accanto, ndr). Da lei Del Vecchio ha avuto il quarto figlio, Leonardo Maria. Anche la terza compagna è legata alla realtà Luxottica: Sabina Grossi , madre di Luca e Clemente, era responsabile investor relation del gruppo e poi è stata membro del cda durante la sua relazione con Del Vecchio. Un intreccio famiglia-impresa che finora è stato limitato a qualche presenza “temporanea” in azienda, ma che ora si preannuncia ben più ingombrante rispetto al passato, soprattutto per la mancanza di una figura di manager forte che possa tirare le fila della gestione del gruppo, che ha cinquant’anni di storia alle spalle. Un intreccio che un gruppo da 7,3 miliardi di euro di fatturato, 617 milioni di utile e nessuna difficoltà a finanziarsi sul mercato dei capitali non può permettersi. Luxottica ha incarnato il modello italiano della multinazionale per eccellenza. Una responsabilità da cui ora non ci si può esimere.

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