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Colao: “Telecom? Monopolio di ritorno. In Europa c’è spazio solo per 4 gruppi”

Vittorio Colao guida da Londra uno dei maggiori gruppi di comunicazioni del mondo: 446 milioni di clienti in tre continenti, di cui 25 milioni in Italia, e un fatturato di 47 miliardi di sterline. E dall’osservatorio di Vodafone, che è presente in 26 Paesi, e con accordi di partnership in altri 55, assiste a due fenomeni, uno italiano e uno globale. Il primo è che finalmente grazie ai tentativi di riforma del governo di Matteo Renzi l’Italia gode adesso di una considerazione migliore rispetto al passato. La seconda è che nel mondo delle comunicazioni è in corso una rivoluzione: la convergenza delle tecnologie (mobile, fibra e tv) sta cambiando gli assetti mondiali. Il futuro avrà meno protagonisti, resterà in piedi chi sarà capace di cavalcare il cambiamento senza chiudersi, come accade in un caso in Italia, in un antistorico protezionismo. Andiamo verso l’era degli operatori integrati Cominciamo dall’Italia. Vista da fuori, cosa c’è di diverso?
«C’è che l’Italia ha cominciato a cambiare. Il Jobs Act, ad esempio, sta creando nuovi posti di lavoro. Due anni fa il ministro spagnolo dell’economia mi spiegava le riforme di Madrid e diceva: “Sembra poco ma miglioreremo”. Adesso la Spagna dice che crescerà del 3%.
Per l’Italia è un buon inizio, smettiamola di parlare sempre male del nostro Paese. Ma non bisogna mollare, va mantenuta alta la pressione sulla necessità delle riforme».
Una delle più importanti è la digitalizzazione del Paese con la fibra e la banda larga. Voi siete coinvolti direttamente. E presto un decreto fisserà nuove regole, allargando la platea dei soggetti coinvolti.
«Il governo italiano sta procedendo bene, ha una visione strategica chiara, che è quella di informatizzare il Paese. Da solo però non basta. Posare i tubi e la fibra è la prima cosa, ma poi bisogna intervenire sulla struttura giuridica, amministrativa e regolamentare. E far capire l’importanza della Rete. I giovani già lo sanno, vanno coinvolti quelli di 40, 50 e 60 anni. Il modello può essere quello inglese, che spinge benevolmente gli utenti a usare il web. Penso alle multe, ad esempio. Se l’unico modo per pagarle diventa internet, già molta spinta è fatta».
Mercato più aperto, rete diffusa. Tutti d’accordo in Italia? Con Telecom ci sono state polemiche, avete avuto divergenze sui modelli di sviluppo «In Italia stiamo investendo moltissimo sulla banda ultralarga e continueremo a farlo. Il problema è la concorrenza. Ogni tanto riprende a circolare il batterio di un neomonopolismo di ritorno. Faccio un plauso all’Antitrust italiana che ha dimostrato di avere a cuore sia lo sviluppo delle reti sia della concorrenza. Adesso in Italia il problema è questo: se vogliamo evitare che la fibra sia solo per i ricchi dobbiamo mutualizzare il sistema.
Bisogna assicurarsi che – come per le strade – un sistema raggiunga tutta la popolazione. Trovo inoltre stupefacente che nel 2015 qualcuno possai possa dire ‘teniamo fuori lo straniero’, soprattutto quando si tratta di un player europeo. E’ una posizione antistorica da parte dei vertici di una società concorrente ».
In Italia sta per arrivare Netflix, che offrirà intrattenimento on demand in rete a prezzi bassissimi. Una minaccia o un’opportunità?
«Arrivano con un modello economico molto bello, offrono a 8-9 euro al mese un accesso illimitato in streaming e una quantità di contenuti eccezionali. Porta una democratizzazione dei contenuti. Certo, mette sotto pressione molti operatori, Sky, Mediaset.
Ma c’è spazio per tutti».
Qualcuno teme che diventi padrone della rete «Lo temono quelli della rete fissa. Ma sbagliano. La concorrenza e buone regole alla fine portano buoni risultati per tutti ».
Ha ancora senso oggi chiamarsi compagnia telefonica, fissa o mobile che sia?
«No. Ormai la preponderanza di quello che circola sono i dati. Solo sulla nostra rete in Europa la crescita è stata dell’80 per cento in un anno, come se su una autostrada passasse di colpo l’ 80 per cento di macchine in più. I dati sono il futuro. I nostri clienti passano 10 minuti a telefonare e due ore e 10 a usare un oggetto che chiamiamo smartphone se sta in una mano, tablet se lo teniamo con due, pc se è su un tavolino, televisione se ha 40 pollici e sta in soggiorno. Ma ormai tutti trasmettono la stessa cosa. E questa integrazione sarà un beneficio per i cittadini e per le aziende. Però è evidente che nel mercato non ci sarà posto per tutti, perché l’innovazione comporta costi e convergenze sempre maggiori. Vanno fatte economie di scala».
E alla fine in Europa chi sarà più forte?
«Se l’Europa fosse una, con un unico sistema giuridico e regolatorio ci sarebbe posto per 4 player. La mia ambizione è che Vodafone sia uno di questi».
Gli altri?
«C’è grande attivismo di Deutsche Telecom, sicuramente Liberty che sta guardando alla convergenza, e poi ci potrebbe essere una forma di espansione di Orange o Telefonica, che potrebbe coinvolgere anche l’Italia. Più Orange che Telefònica».
L’Europa non ha regole comuni per le tlc, ma sembra non averne anche per il governo dell’economia «Sarebbe un errore clamoroso rompere l’unità europea e far uscire il Regno Unito dalla Ue o la Grecia dall’euro. A Londra bisogna garantire regole più chiare e semplificazioni nelle normative comunitarie, alla Grecia va dato aiuto ma ricordando ai paesi del sud Europa che le riforme vanno fatte, e che , anche a costo di essere impolitici, certe cose non ce le possiamo più permettere. L’alternativa è l’irrilevanza.
Di fronte alla crescita cinese, alla straordinaria capacità di in- novazione tecnologica degli Usa e ai Brics, non possiamo regredire e tornare ad essere un insieme di piccoli mercati».
L’Europa rischia di rompersi anche sull’immigrazione «Bisogna essere pragmatici, vivo a Londra, immersa nel melting pot, e nell’Inghilterra dove contemporaneamente l’Ukip antimmigrati di Nigel Farage è molto forte. Credo che concettualmente la diversità porti ricchezza culturale, creatività e voglia di fare. E trovo singolare che noi italiani, che abbiamo seminato immigrati in tutte le parti del mondo, ora siamo contrari al loro arrivo.
Non possiamo avere una ricettività illimitata, ma quelli che prendiamo dobbiamo accoglierli e dare loro una opportunità per farli diventare una ricchezza. L’Italia si sta muovendo bene con una politica giusta ed etica, chiedendo all’Europa di farsi parte del problema».
Cosa non le piace delle riforme italiane?
«È cominciata la discussione su temi che sono stati tabù per molti anni . Mi sembra che ci sia più visione su opere infrastrutturali. Abbiamo ancora alcune cose che storicamente non sono molto efficienti, come la Pubblica Amministrazione e lentezza sulle privatizzazioni. E sulla scuola sono rimasto esterrefatto dall’assenza degli studenti dal dibattito.
La scuola non è un posto dove si tramandano conoscenze, ma dove ci si prepara alla vita. E in questo senso svecchiarla e smuoverla con più responsabilità per chi la gestisce mi sembra logico. E’ un fattore cruciale per lo sviluppo di un Paese».
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