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Coesistenza di marchi, sì a obbligo di facere coattivo

L’accordo di coesistenza di segni distintivi simili e potenzialmente confondibili costituisce un accordo contrattuale atipico, molto diffuso nei settori merceologici molto affollati e nei quali maggiore è il rischio di confusione o coincidenza di segni distintivi, per mezzo del quale le parti riconoscono il rispettivo diritto sul proprio marchio e stabiliscono le modalità di utilizzo dei propri segni potenzialmente interferenti. L’oggetto principale dell’accordo, va individuato nella «sfera di rilevanza del marchio» e la finalità è proprio quella di disciplinare le modalità di coesistenza dei segni sul mercato. L’accordo di coesistenza può essere concluso anche a scopo transattivo, vale a dire al fine di addivenire ad una composizione di una lite già sorta ovvero al fine di evitarne l’insorgenza. Il giudice può disporre l’adempimento coattivo dell’accordo qualora una parte, tenuta alla prestazione, strumentalmente ponga in essere condotte volte a contravvenire la pattuizione e ledere i diritti di utilizzo, seppur territorialmente limitati, di controparte.È quanto stabilito dal Tribunale di Palermo, sezione specializzata in materia di imprese, giudice dr.ssa E. Piazza, con l’ordinanza con la quale ha accolto, per la prima volta in tale fattispecie, il ricorso d’urgenza presentato dagli avvocati Ilaria Carli e Francesco Cavallo dello Studio Legalitax ed ha emesso un provvedimento cautelare volto a ottenere l’adempimento coattivo di un accordo di coesistenza dei marchi.

Secondo il giudice palermitano deve ordinarsi alla resistente, un’azienda vitivinicola siciliana concorrente della ricorrente, il ritiro dell’opposizione presentata all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (Uibm) in violazione di un precedente accordo di coesistenza, con condanna ex art. 614-bis c.p.c. per ogni giorno di violazione all’obbligo di adempiere.

Il Tribunale del capoluogo siciliano ha infine stabilito che gli accordi di coesistenza consistenti nella ripartizione geografica delle aree di commercializzazione dei rispettivi marchi debbano considerarsi estensibili anche al mondo web e alle attività che tramite piattaforme possano essere intraprese, e ciò anche nel caso in cui detta specifica eventualità non risulti espressamente prevista nel contratto.

Federico Unnia

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