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Codice rosso per l’industria lombarda

«Sì, è un fatto insolito ma è la gravità della situazione a determinarlo». Attorno ad Alberto Barcella, presidente di Confindustria Lombardia, sono seduti i presidenti e i direttori generali delle territoriali regionali, volti tirati, pochi sorrisi, interventi stringati e per nulla rassicuranti. Irrituale l’iniziativa, così come il nome (“codice rosso-emergenza immediata”), più vicino ad un thriller che ad una conferenza stampa. Ma i normali canoni di fronte a questa crisi e all’impasse della politica ormai sono inadeguati, si tratta di dar conto di una situazione straordinaria, regole e standard non bastano più.
Mobilitazione che riguarda l’intero apparato produttivo in vista dell’appuntamento di venerdì e sabato a Torino per l’incontro biennale della Piccola Industria e che proprio in Lombardia vede un punto focale determinante. «Perché qui – spiega Barcella – Confindustria rappresenta 20mila imprese e 900mila addetti, in una Regione che vale il 21% del prodotto nazionale». Un motore cruciale per il Paese che oggi però lavora a scartamento ridotto: frenato da un credito in discesa del 5%, da produzione, consumi e reddito in calo di oltre tre punti, con il risultato di aver triplicato in pochi anni al 7,7% gli insoluti dei Confidi e di aver spinto la disoccupazione locale al nuovo record del 7,9%. «In queste condizioni – scandisce Barcella – andare al voto sarebbe un suicidio, c’è l’urgenza di dare al Paese un Governo stabile che metta al centro del programma il tema della crescita, è necessario che tutti prendano coscienza del momento drammatico. E questo significa dare priorità alle richieste delle imprese, perché solo così è possibile creare ricchezza, sviluppo sociale e benessere».
Le priorità sono note, definite dal piano di Confindustria presentato a gennaio. Affrontare l’emergenza significa anzitutto sbloccare i debiti della Pa, dove nonostante il decreto restano ancora dubbi e timori sulla possibilità che la burocrazia vanifichi in parte il provvedimento. Rifinanziamento della cassa in deroga, per cui in Lombardia mancano all’appello 150 milioni e rafforzamento dei Confidi sono altri interventi considerati prioritari per affrontare l’emergenza mentre in termini strutturali, cercando un «riscatto nazionale», occorre alleggerire il peso del fisco sulle imprese, evitando gli aggravi previsti per Iva, Tares e addizionali Irpef, ridurre Irap e cuneo fiscale, modificare la riforma Fornero per offrire più lavoro ai giovani, proseguire negli investimenti in infrastrutture.
L’urgenza è evidente ascoltando le voci del territorio, dove tutti i presidenti delle associazioni locali di Confindustria segnalano un sistema sull’orlo del crack. «A Varese il credito è crollato del 14% – ricorda Giovanni Brugnoli – una restrizione violentissima per le nostre Pmi». Le difficoltà sui piccoli si concretizzano nei 2mila posti di lavoro persi nel comasco in 18 mesi, come ricorda Francesco Verga, oppure nelle decine di chiusure e fallimenti nella zona di Lecco, che per Giovanni Maggi si traducono nel rischio di «perdere per sempre le competenze manifatturiere diffuse sul territorio». Aziende più deboli che sono anche preda di gruppi stranieri, e Gian Angelo Mainini ricorda che nell’Alto Milanese sono numerosi i casi di cessione a tedeschi, francesi e canadesi. «Anche i big che nella zona di Bergamo resistono – aggiunge Carlo Mazzoleni – lo fanno grazie all’export e quando pensano a nuovi investimenti sono quasi sempre oltreconfine: l’Italia ormai non è più un paese per fare impresa». Il rischio-delocalizzazione è segnalato anche da Renato Cerioli (Monza e Brianza) secondo cui «avere un total tax rate del 70% non è certo da paese normale, proprio mentre l’Europa va nella direzione opposta». Concorrenza che arriva anche dai vicini di casa, e il numero uno di Confindustria Sondrio Paolo Mainetti segnala le difficoltà della Valtellina a trattenere le imprese a fronte di burocrazia e fisco molto più benevoli non solo in Svizzera ma anche in Trentino Alto-Adige. Pervasivo è poi l’impatto della crisi dell’edilizia, con Alberto Truzzi (Mantova) che segnala appalti pubblici e privati in caduta del 30-40% ed effetti pesantissimi sull’intera filiera delle costruzioni. Franco Bosi (Pavia) paventa anche altre criticità, con la possibilità che la recessione offra spazi alla criminalità organizzata. «Siamo alla frutta – sintetizza rivolgendosi ai giornalisti il vicepresidente di confindustria Cremona Valter Galbignani – e spero che ci crediate». Scenario confermato anche nel bresciano, con Giancaro Dallera che ricorda una disoccupazione raddoppiata e una produzione in calo anche nel 2013: «serve un Governo – spiega – che smetta di fare promesse per poi disattenderle».
La necessità di un’azione rapida è segnalata anche da Alberto Meomartini, numero uno di Assolombarda, che chiede «un intervento straordinario per far diventare l’Italia un paese normale», un Paese «salvato dal Governo Monti e tirato fuori dall’acqua per i capelli ma ancora lasciato a bagnomaria». «Noi imprenditori non siamo affatto in disarmo – aggiunge Meomartini – ma in queste condizioni non possiamo andare avanti». Il “codice rosso” di Confindustria Lombardia è una sorta di ultima chiamata ai partiti, per dare – conclude Barcella – una risposta concreta e non velleitaria alla domanda di cambiamento arrivata anche dal voto. «Tocca alla politica – conclude – dimostrare di essere all’altezza del momento».

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