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Il nuovo Codice non si cambia

Raffaele Cantone

Il Codice degli appalti per ora non va cambiato. Lo dice con chiarezza a ItaliaOggi Sette Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, il quale, parlando di impaludamento dei lavori pubblici in Italia, non le manda a dire e punta il dito contro Pa e privati per l’atteggiamento refrattario e ostile dimostrato fin qui, caratterizzato da vere e proprie «fughe dalle responsabilità», tentativi di boicottare il Codice e da un uso strumentale del contenzioso.

Domanda. Dott. Cantone, sono passati due anni dall’entrata in vigore del Codice Appalti. Cosa è cambiato da allora in Italia e cosa è ancora in corso di evoluzione?

Risposta. Il Codice degli appalti ha introdotto elementi di forte sperimentazione, puntando su principi di semplificazione, flessibilità normativa, legalità e tutela della concorrenza. Solo per citarne alcune: il superamento dell’ex Regolamento attuativo a favore di una soft law più elastica e adattabile, l’addio al massimo ribasso e alle varianti che fanno lievitare i costi, il controllo preventivo di legittimità tramite la vigilanza collaborativa dell’Anac. Molte novità però non sono ancora in vigore. A breve l’Autorità anticorruzione licenzierà le prime bozze delle Linee guida sul rating d’impresa da sottoporre a consultazione pubblica, mentre l’Albo dei commissari è ormai in dirittura di partenza. Per la qualificazione delle stazioni appaltanti, nevralgica per portare più competenza negli interventi complessi, manca invece il Dpcm.

D. Le imprese lamentano criticità, complicazioni, lungaggini frutto del Codice. Qual è il parere dell’Anac in proposito?

R. Non aver previsto un periodo transitorio prima dell’entrata in vigore è stato senza dubbio un freno: la Pa non ha potuto ricevere una adeguata formazione e la coesistenza delle vecchie regole, nelle more dell’attuazione di quelle nuove, ha creato non poche incertezze. Il Codice è un testo complesso, nessuno lo nega, ma tante critiche ricevute nel tempo sono ingenerose e molta ostilità, ho constatato, deriva anche da una sua scarsa conoscenza. Il Codice è stato perfino oggetto della campagna elettorale, con promesse di tutti i tipi e qualcuno ne ha addirittura chiesto l’abolizione. Ma per far cosa? Quale sarebbe l’alternativa? Questo è un Paese strano: ci si indigna per chi ride al telefono sulle macerie pensando agli affari che farà con la ricostruzione, ma poi ci si lamenta dei meccanismi che puntano a ridurre il rischio di malaffare. Fra l’altro da notizie in nostro possesso il mercato degli appalti è in lieve ripresa.

D. Quali sono a vostro giudizio le parti del Codice che vanno cambiate? Si sta già lavorando in questa direzione?

R. Il Codice è già stato oggetto di un «tagliando» che ha profondamente cambiato varie parti dopo appena un anno, un arco di tempo troppo ristretto per verificare l’impatto effettivo delle nuove norme. Alcune modifiche sono condivisibili, come la possibilità di ricorrere al contraente generale solo per gli appalti sopra i 100 milioni o l’aumento degli inviti nelle procedure a trattativa privata. Altre invece mi sono parse una retromarcia, come la «liberalizzazione» del subappalto, la reintroduzione dell’appalto integrato o l’aumento del tetto di contributi pubblici nel project financing. Il punto è che testi legislativi così articolati richiedono tempo prima di entrare a regime e soprattutto di essere assimilati da operatori e Pubblica amministrazione. Per questo, prima di pensare a un nuovo intervento, eviterei di rimettere mano al Codice per lasciarlo sedimentare e metterlo alla prova dei fatti.

D. Quali sono le priorità che il prossimo governo dovrebbe mettere in agenda per lo sviluppo (anche) infrastrutturale del Paese e in particolare del Sud Italia?

R. Intanto una adeguata programmazione degli interventi, con risorse reali e non solo su carta come accadeva con la legge obiettivo, che così diventava il classico «libro dei sogni». Poi lavori affidati a stazioni appaltanti in grado di portarli a termine. Infine mi auguro che non ci siano ulteriori interventi in deroga, che da sempre creano più problemi di quanti ne vorrebbero risolvere.

D. Quali sono, a parte le presunte criticità del nuovo Codice, le principali cause di lentezza, burocrazia e blocco dei lavori in Italia?

R. La complessità del Codice è diventata la scusa dietro la quale pezzi dell’amministrazione pubblica hanno in realtà provato a boicottarlo, fino a inondare l’Anac di quesiti dalla risposta evidente o relativi a competenze che non ha. Una stazione appaltante ci ha perfino chiesto come aprire le buste di una gara Insomma, una vera e propria fuga dalle responsabilità. Sul lato privato, c’è invece l’uso del contenzioso a fini strumentali. Finché sarà possibile ottenere in giudizio più soldi che facendo i lavori (senza peraltro nemmeno averli effettuati, come è accaduto di recente), difficilmente le cose cambieranno.

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