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Codice identificativo Iva non sempre obbligatorio

La soggettività passiva all’Iva dipende da elementi di fatto fra i quali non rientra il possesso da parte dell’operatore di un codice identificativo. Sicché, quando il cessionario stabilito in uno Stato membro effettua un acquisto presso un operatore di un altro Stato Ue, quest’ultimo, se sussistono le circostanze oggettive volute dalla normativa, può considerare la cessione intraUe non imponibile anche se non dispone dell’identificativo Iva della controparte, laddove sia in grado di provarne in altro modo lo status di soggetto passivo.
Può essere posta in questi termini la massima estrapolabile dalla sentenza della Corte di Giustizia Ue C-587/10 di ieri, che a breve distanza di tempo consolida la posizione espressa nelle sentenze C-237/11 e C-324/11 del 6 settembre scorso (si veda il Sole 24 Ore del giorno successivo). In termini di ripercussioni interne, la decisione di ieri mette ancora più in crisi la teoria delle Entrate circa la necessità dell’iscrizione al Vies per il riconoscimento della soggettività passiva nell’operatività intra Ue.
Nella vicenda una società tedesca, nell’ambito di una triangolazione, vendeva in regime di non imponibilità merci destinate ad un altro Stato membro a una società Usa che seppure dotata di una filiale portoghese, risultava sprovvista di identificativo Iva nell’Ue. La Germania disconosceva il carattere intracomunitario della cessione per via della mancata indicazione in fattura dell’identificativo dell’acquirente e disponeva il recupero dell’imposta. A giudizio della Corte il requisito richiesto per la non imponibilità delle cessioni intracomunitarie secondo cui l’acquirente dev’essere un «soggetto passivo, che agisce in quanto tale in un altro Stato membro» non implica che l’acquirente debba operare attraverso un numero d’identificazione. Questo elemento può rilevare come prova dello status della controparte ma non può condizionare, in sé, la (non) imponibilità della cessione.
Agli Stati membri è riconosciuta la facoltà di esigere dai fornitori di beni la prova che l’acquirente è un soggetto passivo Ue purché, però, ciò si svolga nel rispetto della proporzionalità, principio da declinare nel senso che tale onere probatorio non può dipendere esclusivamente dalla comunicazione del numero di partita Iva, in quanto la definizione di soggetto passivo non include questo elemento.
Benché, quindi, l’identificativo Iva possa fornire l’evidenza dello status fiscale del soggetto passivo ed agevoli il controllo delle operazioni intracomunitarie, si tratta comunque di un requisito formale che non può incidere sulla (non) applicazione dell’imposta qualora ricorrano le condizioni sostanziali di una cessione intracomunitaria. In questi casi il rispetto della neutralità dell’Iva impone la detassazione nello Stato di partenza dei beni perché, come ha sottolineato l’Avvocato generale nelle proprie conclusioni, al di fuori dei casi di frode gli Stati non possono derogare unilateralmente ai principi basilari del sistema comune dell’Iva, e fra questi principi non figura il possesso di un identificativo quale elemento fondante la soggettività passiva.

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