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Codice della crisi, attenzione ai vuoti normativi e alle interpretazioni

Dopo un lungo periodo di gestazione, condizionato da numerosi ripensamenti e rallentamenti di varia natura, il legislatore ha accolto con favore – ormai circa 2 anni fa – il Codice della crisi di Impresa e dell’Insolvenza (dlgs 14/19). Gli obiettivi principali e, per diversi aspetti, innovativi del nuovo assetto normativo sono: i) armonizzare la materia concorsuale a livello europeo (Restructuring&Insolvency), ii) favorire l’emersione tempestiva delle crisi e l’adozione delle opportune soluzioni risolutive (c.d. sistemi di allerta e composizione assistita della crisi); iii) potenziare le soluzioni negoziate; iv) promuovere meccanismi/tecniche di conservazione del valore aziendale. A ben evidenza, la portata rivoluzionaria della norma si concreta principalmente nella sua ratio di fondo volta a considerare la crisi come un fenomeno fisiologico dell’impresa che, grazie all’adozione di strumenti e procedure di diagnosi predittiva, può essere tempestivamente individuata e rimossa. Solo in questo modo, infatti, è possibile garantire la salvaguardia della continuità e del valore d’azienda a beneficio non solo degli stakeholders, ma bensì dell’economia nel suo complesso. In altri termini, si è dinnanzi ad una «spinta» verso un cambio culturale premiale della continuità aziendale ove la crisi, anziché classica patologia, deve considerarsi una discontinuità fisiologica da affrontare con strumenti adeguati. Il lodevole intento, anticipato dall’immediata entrata in vigore di talune disposizioni – adeguati assetti, nomina e responsabilità degli organi di controllo – si è ben presto scontrato con diversi differimenti e ripensamenti, a partire dai primi rinvii dello scorso febbraio 2020 sino alla recente promulgazione del c.d. correttivo (dlgs. 147/20). A ciò si è aggiunto, quale ulteriore ostacolo al varo della riforma, l’avvento della pandemia che – da emergenza sanitaria si è ben presto trasformata in un’emergenza economico-finanziaria – ha indotto il Governo a rinviarne l’entrata in vigore al prossimo 1° settembre 2021 (art. 5 «dl Liquidità»). Oggi, a circa 5 mesi dalla (im)probabile scadenza, gli esperti in materia si interrogano sugli eventuali benefici di un ulteriore slittamento. L’orientamento circa il rinvio della sola disciplina dell’allerta è pacifico: risulta attualmente incompatibile con la generale situazione di crisi di molte imprese causata dalla pandemia. Una situazione che, con il ricorso ai meccanismi predittivi della crisi, creerebbe un cortocircuito del sistema delle segnalazioni (sia organi di controllo societari che creditori pubblici qualificati) nei confronti di soggetti che, verosimilmente, oggi sono anche i potenziali beneficiari degli interventi di sostegno varati dal Governo. Ne deriva, dunque, come, in una situazione di sofferenza economica generalizzata, sia preferibile l’utilizzo di strumenti «noti» che garantiscano una maggiore stabilità, invece che l’adozione di una procedura inedita. Di contro, invece, particolarmente dibattuta è la possibilità di un anticipo normativo di determinate norme contenute nel Codice della crisi, come è avvenuto lo scorso dicembre con la legge 159/20 in tema di cram down e con la L. 176/20 in materia di sovraindebitamento. Alla luce di quanto sopra, è lecito chiedersi se sia opportuna il varo di una disciplina ancorché soft, alleggerita delle sole procedure di allerta, ovvero sia auspicabile un integrale rinvio. Tra le due alternative, nella convinzione che l’assetto normativo necessiti di un recovery plan, non può che auspicarsi un integrale rinvio del Cci. Un rinvio finalizzato ad una revisione imminente e accurata da parte di una commissione tecnica che abbia tra i vari compiti quello di: i) verificare l’effettivo coordinamento tra le attuali norme e quelle contenute nel Cci; ii) verificare l’aderenza del Cci rispetto alla situazione pandemica; iii) individuare i benefici e le criticità nell’attuale adozione del Cci; iv) individuare gli effetti ancorché potenziali tanto nella sfera civile quanto in quella penale per gli attori della norma concorsuale riformata. Pertanto, considerato che il fine ultimo è realizzare una riforma organica della materia, lo slittamento auspicato è legato esclusivamente ad evitare incertezza e confusione. Infatti, è altamente probabile che l’asportazione chirurgica della disciplina dell’allerta, unitamente all’estrazione a «singhiozzo» di singole norme anticipatorie, possa creare dei vuoti normativi e dei disallineamenti interpretativi in un contesto assai delicato.

Basti pensare all’anticipazione delle disposizioni in materia di transazione fiscale, strumento potenzialmente efficace, ma che a seguito di alcune «cesure» e mancati coordinamenti rispetto alla versione del Cci ha generato contrasti giuridico-interpretativi, rallentando invece che velocizzare le attuali procedure negoziali della crisi.

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