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Codice della crisi al restyling

Che ci sia confusione nelle leggi italiane è dato pacifico e il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (Ccii, dlgs 14/2019) ne è la conferma. Ancora prima di entrare in vigore il governo ha adottato il suo rinvio di oltre un anno (dal 15 agosto 2020 al 1° settembre 2021). La ragione è la crisi economica post coronavirus, eppure, mentre si discute già se la data del settembre 2021 debba essere rinviata ancora, ecco che rispunta il decreto correttivo al Ccii. Lo schema di decreto legislativo era stato approvato dal governo il 13 febbraio 2020 e trasmesso alle Camere il 27 maggio 2020 per l’acquisizione dei pareri e ora è pronto per la sua approvazione definitiva.

Il fulcro della riforma del fallimento è la nuova definizione di crisi dettata dall’art. 2, lett. a del Ccii che guarda non più al passato ma al futuro, focalizzandosi sulla capacità dell’impresa di adempiere alle obbligazioni programmante con i flussi di cassa prospettici. La visione del forward looking vede introdotti anche i sistemi di allerta della crisi e gli Organismi di composizione della crisi d’impresa.

L’allerta poggia sulla segnalazione precoce da parte di sindaci e revisori e creditori pubblici qualificati, come Agenzia delle entrate, agente della riscossione e Inps se l’impresa presenta segnali di squilibrio.

Il problema, dunque, è quale futuro ha l’impresa davanti a sé. Il Covid-19 ha determinato scenari imprevedibili e per nulla programmabili, con necessità di ulteriore indebitamento con i prestiti assistiti dalla garanzia statale e con il differimento dei pagamenti dei debiti erariali. Così se oggi dovessero entrare in vigore le segnalazioni previste dal Ccii e i presidi di emersione anticipata della crisi d’impresa il rischio che la stragrande maggioranza di aziende debba ricorrere a procedure concorsuali o alla liquidazione giudiziale è altissimo e concreto. Ecco perché mondo politico e imprenditoriale sta già pensando ad una moratoria del Ccii. Unico sistema che, invece, viene guardato favorevolmente è quello per la gestione del sovraindebitamento dei debitori civili. (sistema che tuttavia è assai difficile estrapolare dal Ccii e fare entrare in vigore autonomamente).

Le ragioni delle correzioni. Il nuovo decreto è reso necessario per correggere alcuni refusi ed errori materiali del Ccii, per chiarire il contenuto di alcune disposizioni, apportando variazioni dirette a meglio coordinare la disciplina dei diversi istituti e integrando la disciplina del Codice in coerenza con i principi e i criteri già esercitati (di cui alla legge delega n. 155 del 2017), anche al fine di consentire una migliore funzionalità degli istituti concorsuali e para concorsuali previsti dal nuovo testo unico della crisi. Il correttivo tiene altresì conto della direttiva Ue 2019/1023 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 giugno 2019 riguardante i quadri di ristrutturazione preventiva, l’esdebitazione e le interdizioni, e le misure volte ad aumentare l’efficacia delle procedure di ristrutturazione, insolvenza ed esdebitazione e che modifica la direttiva (Ue) 2017/1132 (direttiva sulla ristrutturazione e sull’insolvenza). Le novità, però, non entusiasmano e quindi i tempi di introduzione sono comunque rinviati al 1° settembre 2021, allineando anche i previsti tempi di segnalazione interna degli organi di controllo che sono obbligati a «svegliare» gli amministratori dal loro torpore nell’affrontare la crisi, con apposite comunicazioni che li invitano a attivarsi per la soluzione della crisi e l’attuazione degli istituti di tutela della continuità aziendale.

Ocri, soluzione o pericolo? C’è chi confida che i nuovi Organismi di composizione della crisi d’impresa (Ocri) possano essere la vera svolta e toccasana alla gestione stragiudiziale (e amministrativa) delle situazioni di emergenza aziendale e c’è chi invece ritiene che saranno una vera iattura. Il dlgs n. 14/2019 prevede che presso ogni camera di commercio sia istituto un Ocri che nominerà un collegio di esperti i cui membri potranno assistere l’imprenditore nella soluzione della crisi. Di sicuro un meccanismo amichevole di composizione potrà aiutare sia gli imprenditori che sono spaventati dall’essere «curati» in tribunale, sia le imprese ad aprire prima gli occhi e quindi ad anticipare i tempi di intervento.

Tutto dipenderà da chi verrà nominato quale componente dell’organismo. L’art. 3 del correttivo rivede le modalità di designazione degli esperti, i quali potranno essere anche proposti dal debitore. Dei tre soggetti, di cui uno nominato dal tribunale delle imprese, uno dalla camera di commercio e uno dalle associazioni di categoria, quest’ultimo non sarà infatti più scelto dal referente della Cciaa, bensì sarà nominato tenendo conto delle indicazioni dei tre nominativi scelti dal debitore. Una modifica che va incontro al debitore ancorché gli esperti dovranno essere iscritti all’albo ministeriale ex art. 356 Ccii, la cui prima popolazione avverrà da parte dei soggetti che oggi hanno svolto almeno due incarichi di curatore fallimentare (non più quattro), sperando che non abbiano solo una visione punitiva ma anche una visione imprenditoriale del modo reale post Covid.

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