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«Codice appalti, ora semplificazione Serve una sospensione a tempo»

Due pile di fogli, la nostra Gazzetta Ufficiale e la Gazzetta Ufficiale Europea, alte 30 centimetri, quasi mille pagine in tutto. Il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Roberto Rustichelli, nato a Faenza, lunga carriera di magistrato («ho iniziato come pretore») ma prima ancora responsabile del controllo di gestione della piccola impresa di famiglia, li solleva dal suo tavolo: «Vede, questo è il peso della burocrazia, di quel labirinto di norme che si trasformano in una barriera all’entrata e all’uscita. Quello di cui questo Paese non ha alcun bisogno. Se vogliamo ripartire, e il Recovery fund rappresenta la grande occasione, dobbiamo alleggerire gli effetti patologici della burocrazia». Quelle montagne sono le tre direttive europee, 259 articoli e 47 allegati e il nostro codice degli appalti, 221 articoli e 25 allegati. Decisamente troppi per immaginare di poter subito attivare le risorse che l’Ue metterà in campo. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel suo discorso al Senato, ha chiesto all’Antitrust come rimettere in moto la concorrenza. In due settimane dagli uffici sono stati individuati almeno otto grandi settori, dai contratti pubblici alle concessioni, agli oneri di sistema. « Le nostre sono proposte, naturalmente. Il merito è delle persone che lavorano qui, io sono solo uno dei 280. Ogni tanto vale la pena ricordare che l’Italia dispone di istituzioni di livello eccellente. Livello che ci è stato riconosciuto anche dalla Commissione Europea per come abbiamo agito a tutela dei consumatori nei confronti di chi stava approfittando della pandemia. Abbiamo bloccato decine di siti che vendevano bracciali miracolosi e finte cure. I nostri casi sono stati presi a modello dai colleghi europei».

Presidente, nella segnalazione che avete inviato al governo la priorità sembra questa: sblocchiamo il Paese. Dai contratti pubblici alle concessioni. Ma davvero lei crede che il Paese possa ottenere una tregua dalla burocrazia?

«Gli appalti pubblici rappresentano l’11% del Pil. Proprio per questo la nostra proposta è semplificare. Ma, poiché viviamo una situazione eccezionale, non possiamo applicare regole normali in un periodo che normale non è. Come l’Europa ha sospeso la normativa sugli aiuti di Stato, noi proponiamo, in attesa dell’auspicata semplificazione, di sospendere temporaneamente il codice degli appalti e di utilizzare le direttive europee, che sono direttamente applicabili, stante l’espresso rinvio alla normativa nazionale per le parti non self executive. Non c’è alcuna intenzione di ridurre le tutele dei lavoratori o di abbassare la guardia sui controlli, ma soltanto la volontà di eliminare le barriere all’ingresso e all’uscita. L’assurdo è che la stessa Commissione Europea ha avviato nel 2019 nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per come ha recepito la direttiva in materia di subappalto: secondo la Commissione verrebbero violati i principi fondamentali della materia che impongono di facilitare la partecipazione delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici anche attraverso lo strumento del subappalto».

Ma i sindacati ed Anac paiono non essere d’accordo…

«Ribadisco a chiare lettere quello che abbiamo scritto nella segnalazione. La prima verifica che abbiamo fatto è che non venisse in alcun modo compressa la tutela dei lavoratori. Mio padre mi ha insegnato che i suoi collaboratori e le loro famiglie venivano prima della nostra. Massimo rispetto anche per Anac. Il Presidente Busia, con il garbo istituzionale che gli appartiene, esprime il parere della sua Autorità affinché il Governo ed il Parlamento, a cui secondo la Costituzione spetta la sintesi finale, possano decidere al meglio».

Il partito della complicazione delle cose semplici vede però molti iscritti nel nostro Paese. E la concorrenza non è in cima alle priorità di chi vive di rendita…

«Ben vengano le critiche costruttive. Sa dove ho imparato di più? Studiando gli appelli alle mie sentenze. Tuttavia ora non possiamo permetterci il lusso di perdere tempo. L’Antitrust si prende la responsabilità di segnalare quello che non funziona. Non sono argomenti comodi, le lobby sono sempre pronte. Ma se tagliamo la burocrazia, tagliamo costi alle imprese. Infatti, secondo la stima del 2020 della Cgia di Mestre, il costo che incombe sul nostro sistema produttivo per la gestione dei rapporti con la PA ammonta a 57,2 miliardi. Le imprese hanno bisogno di lavorare, mentre l’Italia ha necessità che i progetti vengano portati a termine e le opere pubbliche realizzate. Siamo convinti che eliminare tutti gli adempimenti non necessari vada in questa direzione ed aiuterebbe molto il nostro paese a riprendersi».

C’è chi ricorda ancora le lenzuolate di Bersani, dalla portabilità dei mutui, al canone dei telefonini. Però la concorrenza, che non figura neppure come parola nella Costituzione, ha molti avversari in questo Paese…

«Il guaio è che i risultati positivi della concorrenza si vedono nel medio e nel lungo termine, nel breve termine molti la considerano un peso. La concorrenza è come i vecchi buoni postali, che periodicamente staccavano ricche cedole e alla scadenza raddoppiavano il capitale. Vede, nei primi anni trenta gli americani, credendo di poter meglio fronteggiare la crisi, sospesero lo Sherman Act (la loro legge antitrust), salvo accorgersi poco dopo dell’errore, ripristinandolo. Se si osserva attentamente quello che è accaduto in Germania, si può vedere come il Paese sia decollato dopo le riforme pro concorrenziali messe a punto da Schroeder. Ma per fare queste riforme ci vuole coraggio, rapidità e sburocratizzazione».

Paradisi fiscali

L’Irlanda grazie alla competizione fiscale di cui hanno beneficiato i big del web ha visto salire il Pil del 32% in cinque anni

Nella segnalazione c’è un lungo capitolo sulle concessioni, a cominciare da quelle balneari…

«Riceviamo tantissime segnalazioni da parte di associazioni di consumatori, imprenditori, cittadini e associazioni ambientaliste che chiedono il nostro intervento per far applicare la legge. Noi non abbiamo altra scelta che fare il nostro dovere, atteso che, secondo il noto principio della gerarchia delle fonti, la direttiva Bolkestein prevale, in base alla nostra Costituzione e ai Trattati firmati dall’Italia, sulla legge ordinaria nazionale che ha di recente prorogato le concessioni. Fra l’altro, nella gara i concessionari partono con un vantaggio competitivo in quanto sono gli unici a conoscere il reale rendimento del bene nel tempo. Noi non abbiamo il potere, che spetta alla magistratura, di revocare le concessioni, ma abbiamo il dovere di attivarci quando ci vengono segnalate violazioni di legge. Non è solo una questione di concorrenza, ma anche di equità sociale. I proprietari dei beni in concessione non sono le poche migliaia di concessionari, ma i 60 milioni di italiani. Ogni tanto vale la pena ricordarlo».

Lei parla di Europa, ma sul fronte fiscale ognuno va un po’ per conto suo. Una specie di gara al ribasso su chi fa pagare meno tasse. Una specie di geografia dell’elusione…

«Il dumping fiscale e contributivo di alcuni Paesi sta diventando un elemento di distorsione dei valori fondanti dell’Europa e compromette il level playing field. Penso, ad esempio, a Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Malta, paradisi fiscali con l’euro le cui politiche fiscali arrecano alle casse dello Stato italiano una perdita stimata da 5 a 8 miliardi di dollari l’anno. Oppure alle asimmetrie sulle tutele del lavoro in Paesi come la Polonia. Se una lavatrice prodotta in Italia costa 150 euro e in Polonia 100 perché lì le tutele sono inferiori e i fondi comunitari non vengono utilizzati a sostegno dei territori ma per fare concorrenza sleale sul costo del lavoro, vuol dire che la solidarietà europea viene strumentalizzata».

Anche i giganti del web approfittano dei paradisi fiscali. Che ne pensa della web tax?

«Vede, l’Irlanda grazie alla concorrenza sleale fiscale di cui hanno approfittato i giganti del web, ha visto crescere negli ultimi cinque anni il suo Pil del 32% ed il reddito pro capite ha raggiunto i 61 mila euro, mentre in Italia nello stesso periodo il Pil è calato del 5% ed il reddito pro capite è fermo da tempo a 24 mila euro. E’ evidente che i paradisi fiscali danneggiano Paesi come il nostro. Le tasse devono essere pagate nei paesi in cui il valore è prodotto, per cui ben venga la web tax. Qui l’intervento dell’Europa è necessario».

Il fatto che gli over the top sono divenuti troppo grandi costituisce una minaccia per la concorrenza?

«Google, Facebook, Microsoft, Apple, Amazon capitalizzano in Borsa circa 6.700 miliardi, che corrispondono a 4 anni di lavoro di tutti gli italiani. Le sanzioni economiche non costituiscono più un deterrente, tant’è che quando a luglio 2018 la Commissione Europea ha deciso la maxi-sanzione a Google di circa 5 miliardi, nello stesso mese la sua capitalizzazione di Borsa è aumentata di 81 miliardi. Lo stesso è accaduto a Facebook, sanzionata a giugno 2019 dalle Autorità americane per 5 miliardi di dollari e la cui capitalizzazione è cresciuta nello stesso mese di 82 miliardi di dollari. E’ arrivato il momento per le Autorità antitrust di ragionare in modo diverso e con strumenti diversi, tenendo altresì in considerazione che il consumatore, il cui benessere è uno degli obiettivi della concorrenza, è anche un lavoratore ed un contribuente».

La concorrenza

I risultati si vedono nel medio e lungo termine, come i vecchi buoni postali: ricche cedole e a scadenza raddoppiavano il valore

Dica la verità: la burocrazia delle volte è anch’essa ostaggio di regole astruse…

«Certo. Dobbiamo eliminare l’idea che per fare le cose servano 50 firme, 62 allegati e centinaia di pagine di regolamenti. Da parte sua, l’Autorità deve contribuire, sempre nel rispetto della legge, a trovare soluzioni»

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