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Code cipriote, pentole argentine Le «Bank Holidays» nella storia

Controlli sui movimenti di capitale, code agli sportelli, limiti ai prelievi da bancomat. Era il 2013 e Cipro precipitava nella doppia spirale di una crisi bancaria ed economico-finanziaria. Immagini recenti che si sovrappongono alle notizie in arrivo da Atene dove oggi banche e Borsa resteranno chiuse. In un estremo appello a serrare i ranghi il premier Alexis Tsipras ha garantito che «i depositi dei greci sono al sicuro». Nelle grandi crisi dell’ultimo secolo raramente gli appelli alla calma sono stati ascoltati. 
Marzo 2013, in una concitata riunione notturna i ministri finanziari dell’eurozona decidono di imporre un pesante prelievo sui depositi bancari di Nicosia in cambio di aiuti per 10 miliardi di euro, i ciprioti si precipitano agli sportelli automatici all’alba. La Banca centrale dà disposizione a tutti gli istituti di credito di bloccare i pagamenti e i trasferimenti di denaro, compresi quelli da conto a conto della stessa sede. Fino a questo momento una manovra così «punitiva» non è mai stata tentata altrove, non in Grecia, né in Spagna né in Portogallo. Frattura insanabile tra l’Europa unita e i cittadini della piccola isola del Mediterraneo santuario del banking internazionale, crollata per colpa di un sistema bancario troppo gonfiato per poter essere salvato. Sono le caratteristiche che avvicinano la crisi cipriota a quelle di Irlanda e Islanda. Nel crack islandese del 2008-11, le prime misure adottate dal governo in attesa del pacchetto di aiuti da 5 miliardi di dollari sono controlli sui capitali che comprendono anche la sospensione di tutti i cambi in valuta estera.
Fughe di capitali e crisi del sistema bancario, Russia 1998. Un tracollo che viene da lontano. Già nel 1994 il Paese appena uscito da quella che l’attuale presidente Vladimir Putin ha definito «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», il crollo dell’Unione Sovietica, aveva affrontato una crisi valutaria, alla quale era seguito l’inizio di un faticoso processo di stabilizzazione interna. Nel 1997 il doppio choc: crollo del prezzo del petrolio e crisi asiatica. Quando si aggiunge l’aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Banca centrale arriva il crac.
Le autorità corrono ai ripari con un allargamento della banda di oscillazione del rublo e una moratoria di 90 giorni sul debito estero, trasferimenti dei depositi delle banche insolventi, crediti a breve termine concessi a banche in ristrutturazione. L’esodo dei capitali è inarrestabile e il default lascerà sul campo una Borsa crollata del 75%, un’inflazione superiore all’80%, 43 milioni di persone in condizioni di povertà.
Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila tocca all’Argentina uscita dal Novecento delle dittature. Nel 2001 il default è frutto del fatale abbraccio di deflazione, crescita bloccata e impossibilità di svalutare il peso agganciato al dollaro. Chi corre a prelevare i risparmi trova gli sportelli chiusi. Conti congelati per un anno, autorizzati solo piccoli prelievi. Gli argentini protestano battendo pentole in strada, il governo si dichiara insolvente sul debito di 100 miliardi di dollari, gli investitori lasciano il Paese. E la madre di tutte le crisi, Wall Street 1929. Il 4 marzo 1933, giorno dell’insediamento del presidente che sconfiggerà la Grande Depressione, Franklin D. Roosevelt, le banche sono chiuse nella maggior parte degli Usa. Tra le prime misure l’Emergency Banking Act che istituisce una vacanza bancaria di pochi giorni per saggiare la solidità degli istituti e sottopone la banche al controllo federale. Oggi un grande estimatore di Roosevelt è il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis.

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