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Cocopro, trasformazione agevolata

Nel primo decreto legislativo attuativo del Jobs act, accanto alla riforma dei licenziamenti, dovrebbe trovare posto anche la cancellazione del contratto di collaborazione a progetto.
Questa misura, nelle intenzioni del Governo, si pone in stretto collegamento con il nuovo contratto a tutele crescenti e con gli incentivi riconosciuti per le nuove assunzioni dal 1° gennaio. Lo sgravio consiste nell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, nel limite massimo di 8.060 euro annui per le nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato, con la sola esclusione dei contratti di apprendistato, dei contratti di lavoro domestico e del settore agricolo, decorrenti dal 1° gennaio 2015 e stipulati entro il 31 dicembre 2015, per un massimo di 36 mesi. Il disegno è questo: cancellazione dei contratti a maggiore rischio di precarizzazione (come, appunto, le collaborazioni a progetto), da un lato, e riconoscimento di incentivi normativi ed economici, che probabilmente andranno tarati ad hoc; una maggiore flessibilità in uscita e un ridotto costo contributivo – in favore di chi stabilizza i lavoratori oggi impiegati con questi contratti, dall’altro lato.
Questo disegno dovrà fare i conti con una realtà difficile da ignorare: nonostante gli incentivi, il passaggio dalla collaborazione a progetto al lavoro subordinato non è indolore e, soprattutto, non è privo di costi. Ci sono interi settori che, in caso di cancellazione immediata della collaborazione, rischierebbero di trasferirsi dalla sera alla mattina all’estero, in quanto non potrebbero sostenere un aumento, anche minimo, del costo del lavoro (è il caso, ad esempio, dei call center, ma non solo).
Il Governo sembra intenzionato a tenere conto di queste specificità, stabilendo un periodo transitorio e, soprattutto, lasciando aperta la possibilità di continuare a stipulare contratti di lavoro parasubordinato nei settori dove esiste una disciplina collettiva che consente l’utilizzo di tali rapporti.L’intervento sul lavoro a progetto non è l’unica misura che troverà spazio nei decreti legislativi attuativi del Jobs act. Entro giugno, il Governo dovrà approvare quello che la legge delega chiama “Testo organico” sul lavoro flessibile.
La legge non fornisce indicazioni molto precise sulle linee guida che dovranno essere seguiti per arrivare al Testo organico, ma si limita a stabilire le finalità che dovranno essere perseguite: rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro dei soggetto in cerca di occupazione, rendere i contratti di lavoro maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto produttivo nazionale e internazionale.
Le misure previste sono altrettanto generiche: riordino di tutte le tipologie di lavoro flessibile, introduzione sperimentale del compenso orario minimo, semplificazione dei piccoli lavori, abrogazione di tutte le disposizioni che risultano incompatibili con il Testo organico.
Le modalità con cui saranno attuati i criteri direttivi saranno decisive per la riuscita della riforma. Nel mercato del lavoro, infatti, nonostante esista una pletora di contratti, assistiamo a un paradosso: non viene adeguatamente tutelata la flessibilità buona (categoria che include tutti quei contratti che, pur essendo flessibili, garantiscono livelli di tutela adeguati ai lavoratori, come il lavoro a termine, la somministrazione e l’apprendistato), mentre i contratti che si prestano ad elusioni dilagano. Sarebbe importante che fosse seguito l’approccio della riforma approvata a marzo sul lavoro a termine, che ha avuto un impatto positivo sul mercato in quanto ha realmente semplificato le regole. La strada della semplificazione passa, in particolare, dall’utilizzo di limiti oggettivi, come la quantità e la durata. Limiti che non si prestano a interpretazioni fansiose. Vanno poi soppresse le procedure di carattere formale che non offrono tutele reali al lavoratore ma appasantiscono il rapporto di lavoro.

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