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CO2, l’Europa vuole tagliare le emissioni del 40% entro il 2030

Un documento azzardato e al tempo stesso cautissimo scritto dalla Germania e sottoscritto anche da Francia, Gran Bretagna e Italia (con la firma del ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando) e poi anche da Olanda e Spagna ha indispettito il mondo industriale. La lettera dei ministri mandata alla commissaria europea sul Clima, la danese Connie Hedegaard, chiede all’Unione europea di fissare per le emissioni di anidride carbonica – il gas prodotto dai processi di combustione accusato di cambiare il clima del mondo – a un obiettivo di almeno del -40% per l’anno 2030. Un obiettivo coraggioso rispetto al -20% di emissioni fissato per il 2020. Un obiettivo minaccioso, per l’industria europea già frastornata da anni di crisi economica. Un obiettivo di grande cautela diplomatica, al tempo stesso, perché in nessun passo del testo dei ministri si specifica che l’obiettivo di riduzione delle emissioni dev’essere vincolante, obbligatorio. E quindi – se l’obiettivo di taglio delle emissioni è volontario – ogni Paese può adeguare l’obiettivo ideale alla realtà della sua applicabilità. Su questi termini, volontario o vincolante, si gioca in questi giorni la partita delle politiche salvaclima dell’Europa.
L’iter
In teoria nei prossimi giorni, il 22 gennaio, la Commissione di Bruxelles dovrà avere messo a punto le politiche della prossima quindicina d’anni. La presentazione ufficiale è prevista per il 30 gennaio. Nei prossimi mesi si terranno i consigli dei ministri europei di Energia, Ambiente e Competitività, per mettere a punto i documenti settoriali sul tema, e a metà marzo la parola finale spetterà al Consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo per dare il via libera finale. Infine toccherà alla presidenza europea di turno – che dal 1° luglio sarà italiana – tradurre in pratica queste indicazioni e sottoporsi ai tour del force di un summit ambientale chiesto dall’Onu e della Cop sul clima che l’Onu ha programmato in dicembre a Lima.
La lettera
«Un obiettivo ambizioso di riduzione di almeno il 40% delle emissioni domestiche di gas serra – hanno scritto i ministri a Connie Hedegaard – risulterà centrale per sbloccare decine di miliardi di investimenti a bassa emissione di carbonio di cui abbiamo urgente bisogno».
Il dibattito
Nei giorni scorsi il Parlamento europeo aveva votato una risoluzione che chiedeva un taglio delle emissioni addirittura del 45% mentre Emma Marcegaglia a Bruxelles aveva parlato in veste di presidente di Business Europe osservando che «troppo spesso ci confrontiamo con iniziative della Commissione che minano la competitività della nostra industria». Secondo l’ex ministro Corrado Clini, uno dei più consolidati negoziatori internazionali delle politiche ambientali, bisogna considerare che il livello europeo delle emissioni è già sceso per la crisi che ha tagliato le gambie alle imprese europee con maggiori emissioni, «costrette a ridurre l’attività o a delocalizzare. Quello che conta non è tanto l’obiettivo, ma soprattutto la politica che vi è sottesa. E questa politica per ora non c’è. Il rischio è che una riduzione delle emissioni – commenta Clini – senza strumenti di politica economia e ambientale diventi un incentivo alla decrescita invece che alla competitività».
Gli obiettivi
Per ora sono ipotizzati un target di rafforzamento delle fonti rinnovabili di energia nell’ordine del 25-30%, ma non vincolante, e un obiettivo vincolante alle emissioni del 35-45%. Inoltre dovrebbe essere emessa dalla Commissione una comunicazione sullo shale gas e una comunicazione sui prezzi dell’energia. Per raggiungere questi obiettivi dovrebbe essere riformato l’attuale mercato della CO2, il cosiddetto Ets, dove le imprese dei settori ad alta intensità di energia e alte emissioni negoziano l’anidride carbonica. Invece sono assenti politiche integrate su quelle emissioni che non sono regolate dal sistema Ets: si tratta di comparti di attività (come per esempio l’efficienza energetica nell’edilizia) dove si possono conseguire grandi successi ambientali ma è difficile per i singoli Paesi europei poter varare politiche settoriali.
Le posizioni
Fra i Paesi, la Polonia è il perno delle opposizioni contro nuove misure ambientali. Ma le posizioni sono molto variegate. Per esempio, lo stesso commissario europeo all’Energia, il tedesco Günther Öttinger, non vuole che alle fonti rinnovabili vengano fissati obiettivi vincolanti, e non vuole vincoli la Gran Bretagna.
Scenario
Mentre l’Europa si dà vincoli ma non ancora politiche, nel resto del mondo le scelte vanno verso soluzioni diverse, mirate alle tecnologie verdi più che a limiti e divieti. Secondo gli ultimi dati, negli Usa le emissioni di CO2 generate dal settore energetico nazionale sono aumentate del 2% su base annua nel 2013, dopo il calo del 12% rilevato dal 2005 al 2012 per la crisi, per la migliore efficienza energetica e per il ricorso allo shale gas invece di combustibili ad alto inquinamento. In Europa, dice il nuovissimo rapporto «EU Energy, Transport and GHG Emissions Trends to 2050», nei prossimi due decenni l’eolico sarà la fonte che verrà maggiormente installata, rappresentando il 37% in potenza di tutta la nuova capacità installata e dal 2040 sarà la prima fonte elettrica.

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