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«Clima e materie prime più care, difendere l’agroalimentare»

Le grandinate di fine luglio , le gelate d’aprile, gli incendi devastanti di quest’estate in Sicilia, Calabria e Sardegna. Gli effetti del cambiamento climatico hanno conseguenze sempre più importanti sull’ambiente, sull’agricoltura e sui prezzi, compresi quelle delle materie prime.

A luglio il grano proveniente dal Canada è aumentato del 18,9% rispetto al mese precedente, ma il confronto tra luglio 2021 e settembre 2020 è ancora più incisivo: rincari del 20% per i cereali, +14% per i prodotti caseari e +20,5% per le carni. Come conferma il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti: «In questo settore subiamo una ciclicità di eventi che non hanno una regola matematica, ma sono conseguenze di una serie di fattori. Abbiamo risentito degli effetti climatici, è vero, che hanno fatto sì che andassero sotto pressione alcuni prodotti come cereali e soia. Ma c’è stata anche una ripresa importante della domanda, in particolare in Cina, che ha determinato un’esplosione dei prezzi delle materie prime ed effetti a cascata. Pensiamo alla soia che è aumentata del 50% in pochissimo tempo, ma anche ai cereali, con incrementi del 70% rispetto all’anno precedente. Tutto ciò ha un forte impatto sui bilanci delle aziende agricole con il sistema zootecnico nazionale che compra a costi più importanti dell’anno precedente a fronte di un non allineamento dei prezzi di vendita di alcuni prodotti al consumo, come succede per il latte».

Oggi è più concreta la percezione degli effetti del cambiamento climatico? «E’ ormai sotto gli occhi di tutti: con le gelate è stata compromessa la produzione di frutta per almeno il 30%, e ridotta del 10% quella di uva da vino, anche per grandinate o siccità. Per questo sta diventando fondamentale l’impegno per l’innovazione tecnologica e il miglioramento dell’ecosistema: bisogna valorizzare le aree boschive e forestali italiane, che devono essere preservate per favorire l’assorbimento di anidride carbonica, e vanno promosse forme di agricoltura che riducono le emissioni e l’utilizzo di energia da fonte fossile a vantaggio di quelle rinnovabili. In questo percorso l’agricoltura può dare un contributo rilevante: siamo pronti a fornire biometano di origine agricola per il 10% del fabbisogno nazionale ma sarà importante però che questo impegno sia accompagnato da un progetto dedicato condiviso con i principali player del Paese».

Cosa cambierà con il Recovery plan?

«Le risorse serviranno a scrivere il futuro dell’impresa e del Paese. Non possiamo rischiare di fare progetti limitati a pochi anni; il mondo sta cambiando e non fare i conti con il cambiamento climatico, significa commettere un errore storico non rimediabile anche per le generazioni future e per il Paese. Tecnologia, scienza e ricerca vanno usate in questo senso anche nell’agroalimentare, che con 540 miliardi di euro è il primo comparto produttivo italiano».

Non possono esistere ancora oggi strumenti di dumping con effetti distorsivi

Si parla spesso della valorizzazione delle materie prime agricole nazionali, ma se non sono sufficienti a soddisfare la domanda interna?

« Le politiche agricole sono integrate e armonizzate a livello europeo; abbiamo appena approvato la riforma della politica agricola comune, che ci ha pure penalizzato perché prevede una dotazione per l’Italia più bassa del 15% rispetto alle precedenti. Oggi è necessario un sistema di regole uguali per tutti, non possono esistere strumenti di dumping che generano effetti distorsivi. Ad esempio, alcune grandi catene vendono ortofrutta a pochi centesimi, angurie a un euro, di solito provenienti da Paesi in cui la capacità produttiva è elevata e in cui i costi di produzione sono decisamente inferiori rispetto all’Italia, in particolare per la manodopera. Occorre studiare un sistema di reciprocità delle regole di produzione in agricoltura nell’ambito degli accordi commerciali. Ci sono Paesi in cui il costo del lavoro, dell’energia, dei trasporti è nettamente inferiore al nostro. Servono regole comuni, soprattutto perché si producono prodotti essenziali per la vita di tutti noi. Altrimenti in pochi anni in Italia non vedremo più angurie , anche per carenza di manodopera».

Dopo la pandemia si era parlato molto di delocalizzazione al contrario e di far tornare in Italia alcune produzioni.

«In Italia non si fa un progetto di strategia dell’agroalimentare dal 1974, con il ministro Marcora. Da lì in avanti non abbiamo più avuto un programma governativo dedicato della durata di almeno 5 anni. Oggi dovremmo partire dalla competitività, dalla propensione al cambiamento dei consumi. Secondo studi recenti, le nuove generazioni sarebbero disposte a spendere fino al 10% in più, pur di avere prodotti sostenibili. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a una crescita del 20% delle vendite online delle imprese agroalimentari perché il consumatore, di fronte al pc, ha manifestato più sensibilità a questi temi e maggiore consapevolezza. In questo percorso va riorganizzata la filiera agricola nazionale, ma la transizione sui nuovi modelli di sostenibilità non è a costo zero: le imprese devono ammodernare, innovare e non possono essere lasciate sole».

Con 540 miliardi l’agroali-mentare è il nostro primo comparto produttivo

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