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Clessidra A Sposito piace il multiplex

Chi chiedesse a Claudio Sposito se lo Stato gli fa concorrenza, si sentirebbe rispondere con un sorriso: certo che no. Ma l’amministratore delegato di Clessidra, il maggior fondo di private equity italiano, lavora su dossier che sono ormai, per dimensione e settore (investimenti fra i 40 e i 150 milioni, medie aziende del made in Italy), nella loro fascia alta, anche nell’obiettivo del Fondo strategico italiano. Il braccio finanziario della Cdp (dunque del Tesoro), proprio la scorsa settimana, si è accordato per entrare al 28,4%, con 165 milioni, nella Inalca di Cremonini (produzione di carne bovina), primo investimento della sua joint venture IQ Miic col Qatar.
La differenza, forse, è che loro fanno minoranze, Clessidra non solo. E poi, certo, per Fsi ci dovrebbe essere valore sociale e collettivo dell’investimento, locuzione che nel linguaggio dei fondi tradizionali di private equity significa: non inseguite la redditività, ma il bene del Paese. Per esempio, traducendo l’altro recente investimento di Fsi nel gruppo Rocco Forte nella rinascita a lungo termine di una novella Ciga, con il respiro decennale che un fondo di privati non può avere.
Navi e torri
E Sposito, in tutto ciò, che fine ha fatto? Con Clessidra, «country found» (cioè fondo per il Paese, l’Italia), sta radunando le risorse per il contrattacco. Ha in cantiere una decina d’investimenti: aziende familiari del made in Italy — moda, lusso, design, tecnologia, alimentare — orientate all’export, che non siano prigioniere del mercato italiano. Sta guardandone in questi giorni quattro o cinque. Intende vendere al più presto la Tirrenia che partecipa direttamente e attraverso Moby, dopo le liti recenti con il socio (querelato) Vincenzo Onorato — e potrebbe chiedere per tutta l’azienda intorno ai 100 milioni.
Inoltre, dice chi gli è vicino, Sposito sollecita il governo sulle utility: sono quelle le vere privatizzazioni, ritiene il manager, che invita i Comuni a metterle in vendita in fretta. Clessidra è molto interessata a entrarvi, così come — da anni — nel business delle frequenze del digitale terrestre. Vero affare allo studio.
Sposito sta partendo a testa bassa sulle torri di telecomunicazione e intende fare un’offerta preliminare per i cinque multiplex di Persidera, il nuovo operatore di rete in cui sono confluiti gli asset televisivi di Ti Media (Telecom) e gruppo Espresso. Il concorrente è il fondo pubblico-privato F2i guidato ora da Renato Ravanelli, interessato — come Clessidra — anche alle torri di Wind. Fu proprio F2i a sfilare a Clessidra (allora in cordata con Wind e Vodafone) la Metroweb della banda larga, che si sta valutando se cedere o no a Telecom.
Sono in pausa, invece, le trattative di Clessidra per l’investimento in Acetum, gruppo dell’aceto balsamico. Ed è in corso l’asta per la cessione della Balconi (merendine), il cui fatturato è cresciuto del 15% all’anno dall’acquisto (dicembre 2011, da circa 100 a 150 milioni), rilevano in Clessidra. Che segnala un forte interesse da compratori finanziari e confida nella conclusione entro l’anno.
Avendo quasi completato con l’ingresso in Harmont & Blain, a luglio, l’investimento del suo secondo fondo (1,1 miliardi), nei giorni scorsi Clessidra è partita ufficialmente con la raccolta per il terzo, con tappe di presentazione oltreconfine. Obiettivo un miliardo di euro entro l’estate. «Sta andando bene, registriamo interesse dall’estero», ha detto l’11 novembre Francesco Trapani, vicepresidente esecutivo di Clessidra, ex amministratore delegato di Bulgari. Arrivato in maggio dopo aver guidato la divisione Gioielli e orologi di Lvmh, è l’anima industriale del fondo. Si affianca a quella finanziaria, cioè Sposito.
L’idea è concludere, con queste nuove risorse, quattro o cinque investimenti all’anno, in aziende da sviluppare sui mercati internazionali. Perché, ritiene Sposito, Clessidra è tra i soggetti che portano capitale all’Italia e intende continuare a farlo. Il fondo ha «il miglior team d’investimento in Italia», ritengono i vertici, con 20 operatori professionali, di cui dieci partner (guidati da Sposito, presidente e amministratore delegato, con Maurizio Bottinelli, responsabile della squadra investimenti, e Riccardo Bruno, consigliere d’amministrazione); e quattro uomini nella gestione operativa di cui due con discreta esperienza: uno è Trapani, l’altro nientemeno che Rocco Sabelli, l’ex amministratore delegato di Alitalia, arrivato in aprile. L’approccio è manageriale-industriale, piace dire a fondo milanese. L’importante è trovare le imprese nelle quali immettere i soldi.
La Borsa può attendere
In dieci anni di vita Clessidra ha raccolto 1,92 miliardi (con due fondi), dei quali circa 1,3 da grandi investitori istituzionali internazionali (fondi pensione, banche, assicurazioni). Di questi soldi, ha investito 1,2 miliardi in 18 operazioni (più nove acquisizioni per conto delle società che aveva in pancia). Il valore complessivo del suo portafoglio è oggi di circa 2,3 miliardi, secondo valutazioni interne, con un ritorno annuo (Irr) ritenuto superiore al 30%.
In luglio Clessidra ha ritirato in corsa l’offerta pubblica di vendita sulla Sisal, suscitando (come le altre società che hanno fatto retromarcia) la cortese irritazione di Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana: «I fondi, per quotare le loro aziende, vogliono prezzi troppo altri», era la sostanza. Ma Sposito rifiuta l’addebito e ritiene di svolgere un lavoro di supporto all’economia. Sisal è saltata perché non c’era domanda, è la linea del vertice. Che ricorda operazioni di successo recenti come la quotazione di Anima: 140 milioni investiti e circa 490 incassati, «dopo averla fatta crescere in cinque anni da 20 miliardi in gestione a 53 miliardi — si dice nel fondo — avendo triplicato il margine operativo lordo dai 50 milioni del 2008 ai 160 del 2013» (in effetti, in Anima non c’è stato investimento a leva finanziaria, dunque indebitamento).
Altra fonte di guadagno per Clessidra nell’ultimo anno e mezzo è stata Camfin-Pirelli, dove il fondo ha avuto un ruolo nel semplificare la catena di controllo e risolvere l’impasse con il socio Vittorio Malacalza. Si vedrà se ora a Sposito riuscirà lo stesso miracolo nella delicata partita delle telecomunicazioni.
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