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Clausole «claims made» sotto vigilanza speciale

Clausola claims made, sotto sorveglianza speciale. È vessatoria quando si inserisce in una polizza come specifica condizione a limitazione della copertura assicurativa dopo una clausola di portata più generale che individua la portata del contratto. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 22891 della Terza sezione civile, depositata il 10 novembre.
Ma cos’è una clausola claims made? È una clausola (letteralmente «a richiesta fatta») assai diffusa soprattutto in materia di responsabilità professionale che condiziona la copertura assicurativa al fatto che il sinistro sia stato denunziato al proprio assicuratore nel periodo di vigenza del contratto. A pesare allora non è il momento in cui si è verificato l’evento (ad esempio l’errore professionale), ma quello della denunzia del fatto. Così, se viene formulata una richiesta risarcitoria nei confronti dell’assicurato quando la vigenza del contratto è conclusa, questi risulterà privo di copertura assicurativa. In altri termini, le clausole claims made hanno come conseguenza uno spostamento del rischio dal danno alla denuncia dello stesso.
Clausole assai scivolose dal punto di vista del trattamento giuridico e che ora obbligano la Cassazione a istituire una distinzione sul crinale della vessatorietà. Pertanto, sottolinea la sentenza, se il contratto assicurativo prevede la clausola claims made nella parte deputata a definire in maniera esclusiva l’oggetto della copertura assicurativa, allora la relativa limitazione della responsabilità non ha carattere vessatorio. «L’accordo delle parti – spiega la Cassazione – su tale previsione si forma come accordo diretto a delimitare l’oggetto stesso del contratto e la limitazione di responsabilità fa parte ed è espressione di tale delimitazione e dunque vede stemperata ogni sua autonomia, sicché non assume il valore di “condizione” di per sè ed autonomamente rilevante, che necessiti del consenso qualificato».
Consenso qualificato ed esplicito che invece deve riguardare il caso opposto, quando cioè la clausola è esterna alla definizione del contratto e “dall’esterno” assume un carattere limitativo di quello che altrove, nella precedente previsione, era più ampio.
Il caso approdato alla Cassazione è a suo modo “classico” trattandosi di una richiesta di risarcimento danni per le conseguenze di un intervento chirurgico. Colpa medica insomma, rispetto alla quale la compagnia assicuratrice aveva azionato la clausola claims made (la richiesta di indennizzo era avvenuta al di fuori del periodo di copertura del contratto).
La Cassazione nel caso esaminato ha valorizzato il fatto che nella polizza presa in esame, redatta come formulario, l’oggetto risultava già definito dalla combinazione di due articoli; un terzo dal titolo «Inizio e termine della garanzia» invece aveva una funzione di limitazione della copertura assicurativa usando oltretutto, osserva la Corte, un titolo fuorviante.

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