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Clausole abusive depotenziate

Il contratto di mutuo che contiene clausole abusive può comunque essere valido se la legislazione nazionale consente di ripristinare la situazione in cui il consumatore si sarebbe trovato in assenza delle citate previsioni contrattuali.

Lo ha stabilito la Corte di giustizia europea con la sentenza di ieri relativa alla causa C-932/19.

La vicenda nasce nell’anno 2007 allorchè un consumatore stipulò con alcune banche ungheresi dei contratti di mutuo denominati in valuta estera. Nell’ambito delle controversie derivanti da tali contratti il consumatore ha invocato la nullità dei medesimi, eccependo il carattere abusivo delle clausole ai sensi delle quali il tasso di cambio applicabile al momento dell’erogazione delle somme mutuate, corrispondente al tasso di acquisto della valuta estera de qua in rapporto al fiorino ungherese (moneta ufficiale del paese magiaro), era diverso da quello applicabile per il rimborso delle stesse, che coincideva con il tasso di vendita della suddetta valuta.

Investita in grado di appello di tali controversie, la corte d’appello ungherese rilevava, da un lato, che il legislatore ungherese ha previsto la sostituzione di clausole abusive come quelle summenzionate con una disposizione nazionale, che fa riferimento al cambio ufficiale fissato dalla banca nazionale d’Ungheria per la valuta estera in questione, per quanto riguarda sia l’erogazione sia il rimborso. Dall’altro lato, il giudice del rinvio osservava che la normativa ungherese non gli consente di dichiarare la nullità dei contratti succitati in conseguenza dell’annullamento delle clausole abusive in questione, quand’anche una soluzione siffatta sia più favorevole per il consumatore, che non rimarrebbe esposto all’avveramento del rischio di cambio inerente ai mutui di cui trattasi. Con la sua sentenza la corte di giustizia europea, su ricorso del giudice ungherese, ricorda che la soluzione adottata dal legislatore ungherese corrisponde all’obiettivo perseguito da tale direttiva, che consiste nel ristabilire l’equilibrio tra le parti, mantenendo al contempo la validità del contratto nel suo insieme, anziché annullare interamente i contratti contenenti clausole abusive che incidono sull’esecuzione degli stessi, come quelle relative al divario nel cambio. Inoltre la suddetta direttiva non osta ad una normativa nazionale che vieta al giudice adito di accogliere la domanda di annullamento di un contratto di mutuo basata sull’abusività della clausola relativa al divario nel cambio, purché sia garantito che tale clausola non vincoli il consumatore. È dunque necessario che l’accertamento del carattere abusivo di una clausola siffatta consenta di ripristinare la situazione di fatto e di diritto in cui il consumatore si sarebbe trovato in assenza della stessa clausola abusiva, in particolare dando vita ad un diritto alla restituzione dei benefici indebitamente ottenuti sulla base di detta clausola abusiva dal professionista a discapito del consumatore.

In tale contesto la Corte evidenzia che spetta al giudice ungherese stabilire se la normativa applicabile al procedimento principale consenta effettivamente di ripristinare la situazione di fatto e di diritto del consumatore.

La Corte risponde in senso negativo alla questione se il giudice nazionale possa o addirittura debba accogliere la domanda del consumatore interessato diretta all’annullamento integrale del contratto di mutuo di cui trattasi, anziché all’annullamento della sola clausola relativa al divario nel cambio e alla sostituzione di essa con una disposizione nazionale. La direttiva sulle clausole abusive, infatti, non consente al giudice adito di basarsi unicamente sull’eventuale vantaggio, per il consumatore, derivante dall’annullamento di detto contratto nel suo complesso.

Alla luce di quanto precede, la Corte rileva che la normativa ungherese deve essere ritenuta compatibile con la direttiva sulle clausole abusive, purché essa consenta di ripristinare tale situazione.

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