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Class action sulla mediazione

di Giovanni Negri

«Chiusura degli organismi di mediazione privati, sospensione immediata del provvedimento e richieste di azioni autonome di risarcimento danni, da parte dei cittadini».

La manifestazione dell'Organismo unitario dell'avvocatura – che si è svolta ieri a Roma, al cinema Adriano – in coincidenza con la prima delle due giornate di astensione dalle udienze contro l'entrata in vigore della conciliazione obbligatorie in molte controversie civili, ha ricompattato l'avvocatura e rilanciato prove d'intesa con i magistrati dell'Anm, nella sfida a un ministero della Giustizia percepito come sordo a qualsiasi richiesta di modifica, in difesa di un provvedimento che ha ricevuto da pochi giorni un colpo pesante.

Il rinvio alla Consulta di norme chiave del decreto delegato (l'obbligatorietà del tentativo di mediazione e il profilo degli enti conciliatori) ha fatto indubbiamente segnare un punto alla linea più intransigente, incarnata da un Maurizio de Tilla, che dalla guida dell'Oua, ieri, incassava i dividendi della propria iniziativa (il ricorso al Tar che poi ha, appunto, rimandato alla Consulta un primo giudizio). In un cinema Adriano gremito – tutti occupati i 700 posti e altri 200-300 legali in piedi – la protesta si è fatta sentire, ma soprattutto vedere, con quello che dal congresso di Genova è diventato uno dei leit motive della contestazione: lo sventolio di decine di cartellini rossi, per l'espulsione della conciliazione dall'ordinamento. Tanto che ieri si è saldato anche un fronte con la magistratura.

Il presidente dell'Anm, Luca Palamara, intervenendo alla manifestazione dell'Adriano, ha espresso la sua contrarietà a una misura che rappresenta di fatto uno sbarramento nell'accesso alla giurisdizione. Avvocati e magistrati trovano anche punti di contatto su quanto invece andrebbe fatto per migliorare le condizioni della giustizia civile. E su questo chiamano il "convitato di pietra" Angelino Alfano a un confronto, anche aspro, ma leale. Su una revisione delle circoscrizioni giudiziarie per recuperare risorse sia umane sia materiali, sull'informatizzazione degli uffici giudiziari, uscendo dalle sperimentazioni per valorizzare le esperienze già a regime, sulla semplificazione dei riti processuali, per ridare efficienza anche alla procedura, su una riforma seria e incisiva della magistratura onoraria, avvocatura e magistratura possono marciare compatte perché si tratta di obiettivi condivisi.

Nel merito è intervenuto anche il Cnf: «Bene opporsi – ha detto il segretario, Andrea Mascherin – a questa mediazione con i mezzi giudiziari a disposizione e chiedere con decisione di modificare le norme. Ma il Cnf ritiene che l'astensione non rimanda un'immagine responsabile dell'avvocatura», ricordando che oltre a modificare la conciliazione serve anche il varo della riforma forense.

Ma la giornata di ieri ha rilanciato il fronte della protesta con una delibera dell'assemblea dell'Oua, condivisa dalla platea, che fa perno su tre punti, sollecitando la disapplicazione non solo della normativa ma anche della recente circolare del ministero di Giustizia. Così si propone di prevedere la facoltà delle parti di non aderire al procedimento senza dover subire ulteriori costi oltre a quello iniziale di 40 euro, il divieto per il mediatore di formulare la proposta di accordo senza l'esplicito consenso delle parti e il rilascio, da parte dell'organismo di conciliazione, del certificato di conclusione della procedura anche nel caso in cui una sola delle parti non intenda aderire alla procedura. A questo si aggiunge la volontà di presentare la questione di legittimità costituzionale in ogni processo interessato dalla conciliazione e l'istanza tecnica di disapplicazione della obbligatorietà per contrasto con l'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali della Ue; la chiusura degli organismi privati di mediazione e la minaccia di una class action per la tutela di chi non vuole partecipare alla procedura.

 

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