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Class action allargata e potenziata Confindustria: “Legge anti-imprese”

La «manina anti-impresa » stavolta si è infilata nel disegno di legge che riscrive la disciplina della class-action. E il presidente di Confindustria non ci sta. «Scambierei volentieri il risultato del Jobs Act con questa nuova legge anti-impresa che si sta proponendo, la class-action », ha infierito a sorpresa ieri Giorgio Squinzi. Insomma, il ddl «preoccupa molto le imprese». E il Senato, dove il testo è appena arrivato dopo essere stato approvato alla Camera mercoledì con 388 voti, quasi all’unanimità (nessun contrario e un astenuto), farebbe bene a ripensarci. Questa in sostanza, la richiesta.
Ma perché le aziende fibrillala no, a tal punto da voler rinunciare – nella verve polemica, almeno – ai bonus per l’occupazione, alle tutele crescenti (ripristinando pure il tanto odiato articolo 18?), alla nuova flessibilità del Jobs Act? Perché temono il decollo di uno strumento sin qui assai innocuo, attivo dal 2010, ma più simile a un’arma spuntata che alla potente azione collettiva statunitense in grado di mettere in ginocchio banche e corporations. Insomma temono l’esplodere delle cause e dunque dei costi.
La nuova normativa intanto sposta la disciplina della class action dal codice del consumo a quello di procedura civile. Estende la platea di chi può promuoverla, affiancando ai consumatori anche imprese, pubblica amministrazione e associazioni. E poi amplia pure le ipotesi di illecito extracontrattuale (ora limitate alle pratiche commerciali scorrette e ai comportamenti anticoncorrenziali), tutelando di fatto qualsiasi diritto individuale, con la possibilità di risarcire ogni danno ingiusto. Un tutto contro tutti, insomma. Perimetro troppo ampio, sostiene Confindustria, e rischio di «un contenzioso enorme», con incalcolabili danni alla reputazione delle imprese.
A preoccupare è pure la possibilità di agganciarsi all’azione collettiva anche dopo la sentenza di accoglimento e dunque non solo prima del giudizio di merito, come previsto ora dal Codice del consumo. Un’opzione che terrebbe in sonno molti possibili ricorrenti, pronti a palesarsi a cose fatte, con la sentenza di condanna scritta nera su bianco, partecipando così al rimborso. Ma a quel punto l’impatto del giudizio sarebbe incalcolabile per l’azienda e si aprirebbe il rischio di avere molti infiltrati last minute per puro opportunismo. Confindustria parla apertamente di «demagogia».
A temere in queste ore è però anche il governo. Cresce l’ipotesi (promossa dalla Uil) di una causa collettiva dei sindacati contro il decreto del governo sulle pensioni. Il tribunale di Napoli ha già imposto un pieno rimborso. Si vedrà.
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