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Civile, la riforma non convince

di Maria Chiara Furlò  

Lo schema di decreto legislativo approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri e volto a completare il percorso di riforma del processo civile avviato nel 2009, non sembra incontrare il favore del mondo delle law firm, convinte che non sia questo il tipo di riforma di cui hanno bisogno i loro clienti.

Gli esperti di contenzioso dei grandi studi legali, interpellati da AvvocatiOggi, si sono mostrati abbastanza restii ad appoggiare in toto le novità introdotte dal pacchetto di riforma che, in attuazione della delega al Governo «per la riduzione e semplificazione dei procedimenti civili», prevista dall'articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n .69, prevede di ridurre i 33 riti oggi disciplinati da numerose leggi speciali a 3 soltanto: rito ordinario, del lavoro e sommario.

Secondo l'avvocato Bruno Giuffrè partner litigation di Dla Piper, «come dimostrato da esperienze passate, ad esempio, dal procedimento societario, l'equazione procedimento speciale = certezza e celerità non è sempre vera.

Dubito, tuttavia, che l'operazione di semplificazione possa incidere immediatamente sul piano dell'organizzazione della giustizia”. Della stessa opinione anche l'avvocato Annarita Ammirati dello studio di Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher: «il problema principale è che vari procedimenti speciali, anche se ricondotti all'uno o all'altro dei tre modelli processuali, mantengono comunque inalterate le loro peculiarità.

Insomma, come ha giustamente rilevato l'Unione delle camere civili, lo schema di decreto legislativo attua un accorpamento dei riti esistenti in tre modelli base, ma non opera una effettiva riduzione perché all'interno dei modelli rimangono varie peculiarità e quindi non si ottiene la semplificazione voluta».

Più che di una semplificazione, si tratterebbe quindi di una razionalizzazione di alcune norme processuali, come ci ha spiegato il responsabile del litigation department di Orrick Herrington & Sutcliffe in Italia, Riccardo Troiano: «il punto da chiarire è che non si tratta di un intervento mirato a regolare un nuovo e più snello modello processuale, ma di una misura di riordino. Si può parlare di semplificazione solo in quei casi in cui il rito che era previsto per una determinata materia (ad esempio quella delle opposizioni alle sanzioni per infrazioni stradali), fosse più macchinoso di quello al quale sarebbe ricondotto per il futuro». Il professor Lotario Dittrich dello Studio Lombardi Molinari e Associati ha sottolinea invece in senso positivo che «con la stesura di un testo unico si tenta di invertire il processo di “decodificazione” in atto, tornando all'ideale illuministico del codice unico. Ci si prova almeno dal '700, e non sempre ci si è riusciti, ma il tentativo è giusto e va approvato, anche se certamente i riti “residui” saranno ben più di tre».

Anche per Aldo Bottini, socio dello studio Toffoletto e Soci: «l'intento di semplificare è sicuramente apprezzabile, e non c'è dubbio che i procedimenti speciali nel nostro paese siano davvero troppi, ciascuno con le sue particolarità, non sempre giustificate.

Si tratta dunque di un intervento utile, nella misura in cui razionalizza il sistema e tenta di dare regole comuni a vari tipi di controversie. Tuttavia, è un intervento incompleto, in quanto ne sono esclusi importanti procedimenti, quali quelli in materia fallimentare, di famiglia e minorili, di tutela del consumatore e della proprietà industriale».

Sia per Silvia Doria, partner dello studio De Berti Jacchia Franchini Forlani che per Paolo Pototschnig di Legance, il decreto legislativo più che fare passi avanti verso la modernità ne fa qualcuno indietro verso la tradizione. Infatti, secondo il partner che si occupa di contenzioso e arbitrati in Legance: «se guardiamo agli ultimi 20-30 anni della storia politica processuale italiana, la semplificazione dei riti appare una salutare e opportuna inversione di tendenza; se però si guarda alla struttura originaria del Codice del 1942 il sistema era molto più vicino a quello che si vuole ricreare con questo decreto legislativo. Si tratta però di un intervento che difficilmente inciderà sull'efficienza della giustizia civile in Italia perchè i relativi problemi si risolvono intervenendo sull'organizzazione e sulle risorse dell'ordinamento, e questa sarebbe la vera novità politico-legislativa».

Per gli avvocati d'affari il nuovo decreto del governo non sembra essere neppure particolarmente risolutivo dei bisogni delle imprese loro clienti. Secondo Massimo Greco di Allen & Overy, «in realtà le imprese hanno bisogno di regole semplici, chiare e certe. È fondamentale avere una maggiore semplificazione dei riti e delle regole del processo, soprattutto con riferimento alla sua durata. Sotto questo profilo, peraltro, la mediazione obbligatoria è già un passo in avanti anche per ridurre l'enorme numero di processi in certe materie».

Sulle possibili conseguenze che la riforma avrà sul rapporto tra i grandi studi legali ed i loro clienti si è soffermato anche l'avvocato Ennio Cicconi di Chiomenti: «fermo restando il generale apprezzamento per l'iniziativa normativa, non credo che avrà riflessi significativi sulle controversie nelle quali siamo abitualmente chiamati a svolgere attività di difesa, aliene per lo più ai procedimenti speciali oggetto dell'intervento del legislatore delegato. Difficile dire quale sia la riforma veramente necessaria, poiché la stessa analisi delle cause della lentezza dei processi è materia di contrasto tra gli osservatori delle varie categorie: è dell'altro giorno la denuncia dell'Associazione nazionale magistrati, che parla di «collasso» del Tribunale di Roma dovuto a carenze di organico di personale e di dotazioni strumentali. Eppure apprendiamo dalla Commissione Europea sull'efficienza della giustizia, emanazione del Consiglio di Europa, che l'Italia spende per la giustizia più della Francia (70 euro per abitante nel 2008, a fronte dei 58 euro della Francia), dove la durata di un processo civile è in media la metà rispetto all'Italia; eppure sappiamo che alcuni tribunali italiani, anche grandi, spicca, tra tutti, quello di Torino, si distinguono per efficienza, anche in termini di durata dei processi, ed immaginiamo che tali tribunali «virtuosi» non dispongano di mezzi significativamente maggiori rispetto ad altri. La questione è troppo complessa per poter essere esaurita in questa sede, ma certo l'analisi delle cause della lentezza dei processi civili non può esaurirsi con il rilievo di tali carenze o con la consueta accusa rivolta al ceto forense, di agire come «moltiplicatore di cause».

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