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Cittadino svizzero da 21 giorni Paolo Ligresti evita il carcere

Aveva ottenuto la cittadinanza svizzera da meno di un mese, 21 giorni per la precisione, Gioacchino Paolo Ligresti, figlio di Salvatore, quando per il padre, le due sorelle, e tre ex manager di Fonsai sono scattate le manette mercoledì mattina all’alba. La procura di Torino ha emesso nei suoi confronti un mandato di cattura europeo in virtù della accuse di falso in bilancio e aggiotaggio che pesano su di lui nell’inchiesta torinese sulla compagnia assicurativa. Ma oggi potrebbe salvarsi dal carcere proprio in virtù di quella cittadinanza straniera. Le autorità elvetiche infatti avrebbero detto no in questo primo momento all’estradizione. La procura di Lugano ha preso contatti con i magistrati che coordinano l’inchiesta, Vittorio Nessi e Marco Gianoglio, confermando appunto che Ligresti junior gode di tutti i diritti di cittadino elvetico. E poiché gli accordi internazionali tra Italia e Svizzera non ne consentono l’arresto immediato non ha dato seguito al mandato di cattura. I magistrati svizzeri però voglio approfondire le ragioni dell’ordinanza e hanno chiesto notizie, sia ai colleghi torinesi che a quelli milanesi (che sono titolari di un altro filone di inchiesta su Fonsai), per capire se elementi delle due indagini potrebbero riguardare anche il loro Paese.
Per Salvatore Ligresti, le due figlie Jonella e Giulia Maria, quella di ieri è stata la prima giornata di detenzione dopo una svolta improvvisa dell’inchiesta aperta un anno fa dopo una segnalazione della Consob e la denuncia del fondo immobiliare Amber in seguito a una spericolata operazione di Fonsai che aveva acquistato l’intero pacchetto della catena Atahotel in pesante perdita. Gli investitori allora non vedevano le ragioni di una politica tanto aggressiva per una compagnia assicurativa che non aveva tra le sue ragioni sociali la missione nel campo alberghiero, e intuivano probabilmente che dietro quella scelta premevano gli interessi della famiglia Ligresti che attraverso la holding Premafin controlla Fondiaria-Sai e che ha invece costruito la propria fortuna con l’immobiliare. «Salvatore Ligresti (che si trova ai domiciliari in una delle sue case milanesi) è molto provato, la sua preoccupazione è quella di un padre per i suoi figli, non può sopportare di saperli in carcere», ha detto ieri il suo avvocato Gianluigi Tizzone. «I miei figli non c’entranoniente — aveva detto poco dopo l’arresto — saremo presto in grado di dimostrarlo».
Dall’esito dei prossimi interrogatori, al via da oggi, si attendono i nuovi importanti sviluppi di questa storia che racconta, secondo l’accusa, il più grosso falso in bilancio di un secolo di giustizia italiana. Conti della compagnia truccati per centinaia di milioni di euro per consentire alla famiglia di mantenerne il controllo e distribuirsi cospicui dividendi anchenegli anni meno felici, ai danni di un pacchetto di piccoli investitori che la procura di Torino quantifica in non meno di 12 mila. Organi di vigilanza distratti, se non addirittura conniventi. Fantasiose architetture societarie che attingevano tutte le loro risorse dalla compagnia assicurativa, piegata ai voleri dei Ligresti, nate e cresciute al solo fine di accreditare la famiglia nei salotti buoni della finanza e garantire un tenore di vita ai figli lussuoso oltre ogni limite.
In questo scenario i manager, Fausto Marchionni, Emanuele Erbetta e Antonio Talarico, assumono il ruolo di esecutori tout court delle volontà della famiglia. Una posizione che gli vale compensi da capogiro e gli riconosce totale libertà di manovra. Secondo la procura torinese, infatti, la manipolazione del bilancio di Fonsai, avveniva secondo precise indicazioni della dirigenza della compagnia: gli azionisti di maggioranza davano un obiettivo e i manager trovavano gli strumenti tecnici per ottenerli. A qualunque costo.
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