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Per chi vive in UK domande online e una piccola tassa

“Vogliamo che restiate con noi”.
Sulla carta, il messaggio di Theresa May ai 3 milioni e mezzo di cittadini europei che risiedono nel Regno Unito è chiaro. Davanti allo spettro della Brexit, il governo conservatore ha deciso di garantire loro per sempre gli stessi diritti che avranno fino a quando la Gran Bretagna farà parte della Ue. Un impegno ormai preso a prescindere da quali saranno gli accordi con Bruxelles e anche nel caso di un “no deal”, l’uscita dall’Unione senza intesa, nell’eventualità che la crisi attuale non sbocchi in nessuna soluzione.
Il diritto di risiedere qui, e di lavorare, studiare, ricevere assistenza sanitaria e sociale, farsi raggiungere dai propri familiari, verrà concesso a chiunque risieda in questo Paese da almeno cinque anni; e a chi arriva entro il 29 marzo prossimo, la prevista data del “divorzio” britannico dall’Europa (se la scadenza non sarà prolungata come pare possibile), verrà concesso di restare fino al completamento dei cinque anni necessari a ottenere la residenza a tempo indeterminato.
Definita “settled status”, questa procedura sarà più semplice di quella precedente, che richiedeva di compilare un formulario di 80 pagine, e meno onerosa: poche domande online, una prova di residenza come la dichiarazione delle tasse e il pagamento di 65 sterline per chi ha più di 16 anni, la metà per chi ne ha di meno (la richiesta è gratuita per chi aveva già ottenuto la Permanent Resident Card, in vigore in passato). Allora tutti contenti?
Non esattamente, perché la fase sperimentale del nuovo sistema, lanciata tre mesi fa, ha evidenziato vari problemi tecnici. Ad esempio, la app per presentare domanda da smartphone funziona solo con i Samsung, non con l’iPhone, e già questo ha generato proteste. Poi c’è la questione di principio: perché bisogna pagare, sia pure poco, per mantenere un diritto già acquisito? Varie aziende hanno autonomamente deciso di versare le 65 sterline per i propri dipendenti e compilare la richiesta per loro. Un video postato dal ministero degli Interni sui social ha scatenato le ire degli europei d’Inghilterra: “Vivo a Londra da 35 anni e adesso mi dicono che devo dimostrare di avere diritto di restare dove sono”, commenta un portavoce di 3 Million, il gruppo che rappresenta gli interessi dei cittadini Ue, fra cui circa 700 mila italiani. Dal 30 marzo in poi, se la Brexit diventa realtà, non si potrà più venire a lavorare liberamente in Gran Bretagna: servirà un contratto e una richiesta per un visto di lavoro. Analoga preoccupazione serpeggia fra il milione di cittadini britannici residenti negli altri 27 membri della Ue, tra i quali 65 mila che vivono in Italia, sebbene il nostro sia stato il primo Paese a promettere di garantirne i diritti.
Dopo la sconfitta subita dal piano May ai Comuni, anche loro si fidano poco: “Siamo in mano alle cieche ambizioni di politici senza scrupoli”, dice Delia Dumaresq, attivista dell’associazione British in Italy. E la Brexit causerà conseguenze anche per i turisti: 7 euro, o 6 sterline, per ottenere un visto valido 3 mesi. Neanche andare in vacanza sarà più la stessa cosa.

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