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Cinque regine, ma nessun impero

La parola magica è consolidamento: far crescere, mediante accordi o fusioni, gli operatori europei di telecomunicazioni per confrontarsi con i giganti americani e asiatici. E l’attenzione oggi è concentrata su un possibile deal tra il campione internazionale Vodafone e At&t, tornato alle dimensioni di quando era il più grande monopolio del pianeta.
Ma il tema va letto alla luce di un’economia digitale europea che ha bisogno di una «nuova fondazione». Al centro dell’interesse di Bruxelles, in questo momento, ci sono due argomenti: far ripartire la crescita e sviluppare l’economia digitale. Ma, mentre i due dossier seguono percorsi diversi negli uffici dell’euro-burocrazia, nella realtà sono strettamente connessi.
L’economia digitale, nel Vecchio Continente, cresce del 10% l’anno, molto più dell’economia del suo complesso; e già oggi, secondo uno studio di David Dean e Alan Marcus del Boston Consulting Group, vale il 5% del prodotto lordo europeo, circa 600 miliardi di euro. Purtroppo non parliamo di una realtà omogenea. L’economia digitale britannica, trainata dall’ecommerce, rappresenta il 10% del prodotto lordo. Quella della Svezia — primo Paese a lanciare una politica organica per la banda larga — l’8%. Estonia e Danimarca hanno sviluppato sistemi di e-government tra i più efficaci del mondo.
Ma la maggior parte dei Paesi, Italia inclusa, è indietro. Il male più serio — a cui si lega il tema del consolidamento, che servirebbe a dare alle aziende adeguate economie di scala — è la carenza di investimenti infrastrutturali. Dal 2004 e oggi, le spese in infrastrutture sono calate del 67%. L’attuale impegno nella quarta generazionale mobile non è neppure confrontabile con i denari precedentemente sborsati per la terza: la spesa europea per abbonato è la metà di quella americana e di quella giapponese.
Il principale vantaggio di aree come gli Stati Uniti e la Cina è di aver creato mercati digitali unici, da cui traggono benefici di crescita e di natalità imprenditoriale. L’Europa dovrebbe riuscire a fare altrettanto.
La sfida però è impegnativa. La spesa infrastrutturale trova ostacoli nell’indebitamento degli operatori storici (il nostro per primo), nella loro incapacità di offrire servizi innovativi in alternativa agli Over the Top (i vari Google & C.) ma anche in una gestione dello spettro radio inefficiente e frammentata..
Tutto ciò rappresenta una barriera alla creazione di posti di lavoro e alla diffusione dei servizi digitali pubblici e privati. Non solo. L’approccio non unitario alla regolamentazione, con una pletora di «sceriffi» nazionali spesso in lotta con Bruxelles innalza il livello dell’incertezza e scoraggia gli investimenti.
Ma come si crea un mercato unico digitale? In molti modi, sostengono gli esperti. Una delle misure più importanti sarebbe proprio il passaggio da una gestione nazionale a una condivisione pan-europea dello spettro radio su cui passano i servizi mobili. Anche se si riconosce la delicatezza della materia, specie rispetto alle esigenze militari. Così come si pensa che un unico regolatore continentale potrebbe fare meglio di una pluralità di authority nazionali.
Di certo, se non cambiano le cose, i «grandi mercati unificati» come l’America e la Cina continueranno a farla da padroni: hanno generato colossi come Google, Facebook, Alibaba e Tencent e continueranno a produrne. A meno che l’Europa, che negli anni ’90 vinse la prima “guerra del cellulare” con il Gsm, non si riscuota. E chissà che la riscossa non parta proprio da Vodafone e dal consolidamento.

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