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Cinque anni Draghi

Il suo esordio è una cannonata. Alle prima riunione della Bce, il 3 novembre del 2011, Mario Draghi abbassa a sorpresa i tassi e manda i mercati in visibilio. I tedeschi, tramortiti, sulle prime incassano. Ricominciano ad alzare la testa il mese dopo, quando il presidente della Bce taglia di nuovo il costo del denaro, scatena una nuova festa tra gli investitori e fa capire che a Francoforte l’aria è cambiata. In cinque anni, la Bce guidata da Draghi ha sconfitto due mostri: la fine dell’euro e la deflazione. Si è dimostrato uno straordinario incantatore dei mercati, ha tenuto insieme un’istituzione perennemente lacerata da posizioni diversissime e ha contribuito a mandare avanti il progetto europeo.
Quando l’ex governatore della Banca d’Italia viene nominato, Francoforte ha già perso due banchieri centrali tedeschi – compreso il presidente in pectore, Axel Weber – e la Germania è in polemica con le misure straordinarie introdotte da Jean-Claude Trichet. Ma a novembre del 2011 il momento è grave, ai vertici internazionali si stanno consumando due tragedie, quella greca e quella italiana, e la sfiducia che si è abbattuta sul nostro Paese viene efficacemente riassunta da Christine Lagarde appena mette piede al G20 di Cannes: «L’Italia non è più credibile».
Il battesimo di Mario Draghi è dunque di fuoco. L’ondata di sfiducia che si abbatte in quei giorni sui titoli italiani e greci e farà collassare da lì a poco i governi Berlusconi e Papandreou non è che un sintomo di una catastrofe ben più profonda. L’euro è sul punto di spaccarsi. Draghi lo spiega qualche mese dopo ad Angela Merkel. Che continua a chiedere ai suoi esperti di cimentarsi con lo scenario dell’uscita della Grecia dall’euro. E i suoi, narrano le cronache, le dicono sempre la stessa cosa: se esce la Grecia, esce Cipro. E poi forse uno dei grandi, forse l’Italia. L’ex scienziata si convince ogni volta che sia meglio non fare qualcosa di cui non si conoscano le conseguenze.
Nel fatidico 2012, Mario Draghi affronta il possente Golia che sta sconquassando il progetto europeo con l’astuzia di un David. Ma c’è una premessa. A fine giugno Mario Monti, Mariano Rajoy e un François Hollande appena eletto e ancora ebbro della propria propaganda antitedesca (gli passerà presto) riescono a mettere Merkel in un angolo, in una storica, lunghissima notte di Consiglio europeo in cui si gioca una partita Italia-Germania dell’Europeo (e in cui tutti tifano per gli Azzurri). Nasce l’Unione bancaria e i mercati cominciano a capire che l’Europa sta cominciando a reagire. E’ la premessa politica per dodici secondi che passeranno alla storia.
Il 26 luglio del 2012 Draghi si rivolge al gotha degli investitori riunito a Londra: «Nel rispetto del nostro mandato faremo qualsiasi cosa sia necessaria per difendere l’euro. E, credetemi, sarà sufficiente». I mercati, memori del famoso adagio che contro una banca centrale non si scommette mai, capiscono e si calmano. Saranno definitivamente addomesticati a settembre, quando la Bce varerà l’Omt, lo scudo anti-spread, la promessa che la banca centrale comprerà titoli di Stato all’infinito se un Paese finirà nei guai, come contropartita di un programma serio di risanamento. E’ tutto virtuale. Ma funziona come una maxi assicurazione sui bond che si stende sull’eurozona come il mantello invisibile di un supereroe.
Come l’eroe di un’epoca del tutto diversa, tuttavia, Draghi sembra alle prese con un’Idra. Non fa in tempo a tagliare la testa al mostro della fine dell’euro che se ne affacciano altri due: quello della deflazione e della lunga stagnazione. La Bce decide una serie di massicce iniezioni di liquidità dalle sigle orribili, ltro e tltro, e porta i tassi a zero, quelli sui depositi delle banche diventano persino negativi. Apriti cielo.
In Germania ricominciano le barricate. Aggravate da un’altra mossa che salva l’eurozona da un destino giapponese ma che secondo i tedeschi equivale a un finanziamento indiretto degli Stati. ll 22 gennaio del 2015, mentre l’inflazione sta già crollando sotto zero, Draghi decide il “QE”, comincia a comprare bond governativi al ritmo di 60 miliardi al mese, successivamente esteso a 80, includendo i privati. Un altro tabù che cade. Il presidente della Bundesbank vota contro, come a settembre del 2012 sull’Omt.
I numeri, ancora una volta, danno ragione a Draghi. I prezzi risalgono, la flebile ripresa non deraglia. L’eurozona è salva. Ma i tedeschi non cedono. Adesso che il geniale economista italiano sta adeguando di nuovo le politiche monetarie alla situazione ancora instabile, chiedono che gli acquisti finiscano a marzo. Anche stavolta, Draghi dovrà esercitarsi in un complicato funambolismo per non irritare troppo l’azionista di maggioranza, ricavando margini sufficienti per convincere i mercati che un bazooka è sempre un bazooka. E non sarà facile. Come sempre.

Tonia Mastrobuoni

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