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Cingolani: «Intelligenza artificiale, adesso servono regole certe»

Alla sfida che l’ex premier Giuliano Amato ha posto ieri a Milano parlando di intelligenza artificiale — «Manteniamo la responsabilità della scelta, non lasciamo che l’algoritmo sostituisca il nostro cervello» — il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha risposto con una rassicurazione: «Non c’è da temere: sono macchine ancora poco simili a noi. Solo in tempi recenti si è arrivati ad avvicinare la potenza di calcolo dell’essere umano» e per questo motivo «occorrono regole chiare e certe», ha garantito l’ex direttore dell’Istituto italiano di tecnologia.

Non era compito semplice rispondere alla domanda «Post-umano, sovrumano o semplicemente umano?» relativa alle sfide dell’«AI», attorno a cui hanno discusso ieri al Museo della Scienza e della tecnologia, moderati dal direttore del Corriere Luciano Fontana, i docenti di teologia morale Paolo Benanti e di filosofia teoretica Silvano Petrosino, la vicepresidente del comitato nazionale per la bioetica Laura Palazzani e la prorettrice della università Cattolica Antonella Sciarrone Alibrandi; introdotti dal presidente del museo Lorenzo Ornaghi, dal cardinale Gianfranco Ravasi, dal vice-presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato e dal rettore Franco Anelli. E infatti molte domande sono rimaste, volutamente, senza risposta: su tutte, quella sul rapporto tra «il vantaggio introdotto dalla tecnologia e la limitazione della libertà civile», ha sottolineato Benanti. Per questo sono necessarie regole: «L’idea che sta nascendo è quella di anticipare l’etica nella progettazione delle tecnologie e quindi di regolare queste sulla base di quei principi etici», ha detto Palazzani, col risultato che «i timori legati a queste tecnologie ci fanno rimettere al centro l’uomo». Proprio il concetto di «human centric» sta alla base, ha proseguito Alibrandi, «del regolamento sull’intelligenza artificiale proposto dall’Unione europea».

Sulla necessità di codici ha concluso l’incontro il ministro, ricordando anche quanto la storia sia recente e dunque la strada ancora lunga: «Il rapporto macchina intelligente-uomo va ancora chiarito e costruito completamente: solo negli ultimi 10-15 anni siamo arrivati a realizzare macchine in grado di avvicinarsi alla nostra capacità di ragionare e prevedere. Diamoci tempo culturalmente, eticamente, giuridicamente di abituarci alla coesistenza con queste tecnologie. Occorrono regole chiare, la privacy è una di queste; bisogna fare i codici e avere il coraggio di aggiornarli con l’aumento delle prestazioni tecnologiche». Senza timori: «Non useremo mai questa tecnologia per tutto. Rimane elitaria, costosa e complessa: si userà davvero solo quando l’impresa varrà la spesa». Vale a dire? «Sono macchine insostituibili per operazioni di routine o controllo». E ci possono aiutare «dove c’è un lavoro complesso su cui il valore aggiunto non è la scelta etica ma quella migliore per ottimizzare un processo: nel campo ecologico (per il consumo di acqua, elettricità e materie prima) o nella chirurgia da remoto. Due esempi di come l’intelligenza artificiale può contribuire a migliorare l’esistenza umana».

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