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Cina, un anno di crescita più bassa

di Luca Vinciguerra

La Cina deve puntare a una crescita economica di minor quantità, ma di maggior qualità. «La nostra espansione futura passa per l'aumento dei consumi interni» ha ammonito Wen Jiabao, inaugurando ieri i lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo. Ergo, ha aggiunto il premier cinese senza troppi giri di parole, dopo due decenni di sviluppo a doppia cifra o quasi, nel 2012 il Dragone dovrà sapersi accontentare di una crescita economica del 7,5 per cento. Se si pensa che nel 2011 la congiuntura cinese è lievitata a un tasso del 9,2%, il taglio previsto dalla nomenklatura è piuttosto consistente e corrisponde al tasso di crescita programmatico più basso degli ultimi otto anni.
Ciononostante, Wen ha annunciato il nuovo obiettivo ai 3mila delegati riuniti per partecipare alla sessione annuale del parlamento, senza tradire nessuna incertezza e nessun timore.
D'altronde, che il vecchio paradigma di sviluppo cinese basato sulle esportazioni dopo trent'anni di successi fosse prossimo al capolinea era noto da tempo. È dai tempi delle grande crisi finanziaria globale del 2008-2009, infatti, che il Governo non smette di ripetere che l'economia nazionale va riequilibrata aumentando il peso dei consumi privati nella formazione del prodotto interno lordo. Ora le parole pronunciate da Wen in Parlamento imprimono un carattere prioritario alla scelta strategica di Pechino. Che ha un obiettivo ben preciso: trasformare un'economia fortemente export-oriented, e quindi per sua natura strettamente dipendente dal ciclo economico internazionale, in un'economia più legata alla domanda domestica.
«Faremo di tutto per spingere la gente a consumare di più» ha promesso il premier ai delegati dell'Assemblea nazionale del popolo. Come? La ricetta proposta da Wen per tramutare un miliardo di frugali formiche in un miliardo di cicale spendaccione si sintetizza in uno slogan coniato da lui stesso qualche anno fa: mettere i soldi nelle tasche dei cinesi. Il che, in un Paese sempre più caratterizzato da un profondo divario di ricchezza tra città e campagna, tra Est e Ovest, tra colletti bianchi e tute blu, significa sostanzialmente una cosa: redistribuire il reddito tra chi ha e chi non ha. Ma anche questo, ormai, è un vecchio ritornello che accompagna puntualmente la prova di democrazia marzolina inscenata ogni anno dal Partito unico nella Grande sala del popolo. Un ritornello che oggi suona quasi come un'ammissione di sconfitta: la "società armoniosa", che la Quarta Generazione di comunisti cinesi si era prefissata di costruire nove anni fa quando salì al potere, in realtà è ancora un sogno lontano.
E quindi la Cina che Wen Jiabao e Hu Jintao consegneranno ai loro successori il prossimo ottobre, quando il Diciottesimo Congresso del Partito comunista sancirà il passaggio delle consegne al vertice della nomenklatura, sarà una Cina sicuramente più ricca, sviluppata, moderna e potente di quella ereditata da Jiang Zemin e da Zhu Rongji nella lontana primavera del 2003. Ma sarà anche una Cina più ineguale, ingiusta e disomogenea.
Così, mentre l'orologio del potere dell'attuale leadership sta per arrivare a fine carica, al Governo non resta che concentrarsi sull'agenda politica di breve periodo. «Dobbiamo riportare sotto controllo il debito delle amministrazioni locali, tenere sotto stretto controllo l'inflazione, promuovere una politica monetaria flessibile, mantenere stabile il cambio dello yuan, frenare gli eccessi speculativi del settore immobiliare» ha detto Wen.
Ciò che il premier, ovviamente, non ha detto è che l'obiettivo di crescita programmatico fissato per il 2012 è largamente conservativo. Tutti gli economisti, compreso l'ex direttore dell'Ufficio Statistico, Li Deshui, prevedono infatti che quest'anno l'economia cinese si svilupperà a un tasso compreso tra l'8 e l'8,5 per cento.

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