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Cina: quinta stretta sui tassi

di Luca Vinciguerra

Terrorizzata dallo spettro dell'inflazione che con l'arrivo dell'estate si fa sempre più minaccioso, la Cina corre ai ripari tirando ancora una volta i cordoni del credito. Ieri la People's Bank of China ha alzato il costo del denaro di 25 punti base: i tassi di interesse sui prestiti bancari sono saliti al 6,56%, mentre quelli sui depositi sono stati ritoccati al 3,50% per cento. Il rialzo dei tassi, il quinto dallo scorso autunno quando la Banca centrale iniziò a irrigidire la politica monetaria e il terzo dall'inizio del 2011, sarà efficace da oggi.

Nonostante i timori di un possibile rallentamento dell'economia cinese nel secondo trimestre 2011 (i dati sul prodotto interno lordo saranno resi noti settimana prossima), Pechino continua la lotta contro il carovita ingaggiata lo scorso ottobre quando, sull'onda dell'aumento dei prezzi dei generi alimentari, l'inflazione rialzò prepotentemente la testa.

«Questo ennesimo aumento dei tassi d'interesse dimostra che in questa fase la priorità del Governo cinese è riportare sotto controllo l'inflazione», dice Peng Wensheng, economista di China International Capital. Un'inflazione che a maggio è salita al 5,5%, il livello più elevato degli ultimi tre anni. E che tra giugno e luglio, prevedono gli analisti, si porterà sicuramente a ridosso del 6%, se non addirittura oltre.

«Probabilmente, l'aumento del costo del denaro deciso oggi dalla Banca centrale cinese significa che i prezzi stanno continuando a correre troppo», avverte un banchiere straniero di Shanghai.

Per tentare di frenare la galoppata dell'inflazione, la People's Bank of China era scesa in campo meno di un mese fa, varando un aumento della riserva obbligatoria al livello record di tutti i tempi: 21,5 per cento. Si è trattato del sesto rialzo della riserva dall'inizio del 2011 e del 12° dalla metà dell'anno scorso. Sebbene questo ennesimo congelamento di fondi nei depositi delle banche abbia drenato in un colpo solo 384 miliardi di yuan (circa 41 miliardi di euro) dal mercato interbancario, la misura probabilmente si è rivelata ancora una volta insufficiente per spezzare la spirale rialzista dei prezzi al consumo.

Così si è arrivato al giro di vite di ieri. Basterà a raffreddare i bollenti ardori dell'inflazione? Tutto dipenderà dai prossimi due mesi. A far decollare i prezzi verso i livelli di oggi, infatti, sono stati i forti rincari subiti dai generi alimentari negli ultimi nove mesi. Rincari che sono stati accompagnati anche da una notevole volatilità, che ha reso ancor più difficili gli interventi di stabilizzazione varati dal Governo per calmierare i prezzi del cibo.

I casi più significativi sono quello dell'aglio, il cui prezzo nel giro di un anno è pressoché raddoppiato; e quello della carne di maiale (è la principale fonte di energia della popolazione cinese), che dalla primavera in poi è aumentata in misura violenta e inaspettata sui banconi dei mercati. Le condizioni climatiche di luglio e agosto, due mesi in cui la Cina è puntualmente flagellata da un alternarsi di siccità e inondazioni, saranno quindi decisive per la quantità e la qualità dei raccolti da cui dipende l'evoluzione dei prezzi delle derrate agricole.

Al tempo stesso, però, Pechino sta monitorando attentamente anche i prezzi dei beni non food che a maggio hanno strappato verso l'alto ben più del previsto: +2,9%, l'incremento più elevato dal 2002 a oggi. Il contagio dell'inflazione da una parte all'altra del paniere è un altro fattore di preoccupazione per il Governo cinese, per il quale i rincari del costo della vita rappresentano un grosso rischio per la stabilità sociale del Paese.

Ecco perché Pechino sta utilizzando tutte le armi a sua disposizione per battere l'inflazione. Anche a costo di sacrificare qualcosa sul fronte della crescita. Lo dimostra il fatto che la Pboc ieri non ha esitato ad alzare i tassi, sebbene a giugno l'indice Pmi sia scivolato ai minimi degli ultimi 28 mesi.

 

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