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Cina, la svolta contro la crisi: consumi interni per crescere

I piani quinquennali dell’Unione Sovietica erano una barzelletta. Quelli della Cina maoista produssero povertà e milioni di morti per fame. Da quarant’anni non è più così: la Cina ha programmato la propria crescita economica; per tutto il male che siamo autorizzati a pensare del Partito-Stato, gli va riconosciuto il merito di aver saputo tracciare una rotta di sviluppo mantenendo poi la barra dritta.

Ieri a Pechino si è riunito il Plenum del Comitato centrale comunista in un conclave di 300 compagni dirigenti che devono mettere il sigillo sul Piano quinquennale 2021-2025, il quattordicesimo della serie avviata nel 1953 (l’Urss si disintegrò all’inizio del tredicesimo, quindi il capital-comunismo con caratteristiche cinesi ha già un record storico). Il comunicato finale sarà pubblicato il 29 ottobre, ci vorranno mesi per interpretarlo e decifrarne il linguaggio spesso tortuoso. Ma l’obiettivo è già chiaro: Xi Jinping e i suoi tecnocrati vogliono andare verso la costituzione di un mercato interno dei consumi che renda la seconda economia del mondo il più possibile autosufficiente e immune dalle turbolenze mondiali (come la nuova guerra fredda con gli Stati Uniti).

La stampa statale sta già glorificando il nuovo Piano, lo presenta sotto fotografie dei treni ad altissima velocità, orgoglio della tecnologia cinese (che corrono su 34 mila km di linee, da portare a 70 mila entro 15 anni).

Il dirigismo estremo di Xi ora introduce tra le masse l’espressione «Doppia circolazione», che sarà enunciata nel documento 2021-2025. Xi ha cominciato a parlare di «shuang xun huan» (Doppia circolazione) a maggio. Grandi applausi dall’uditorio di mandarini del Partito, ma pochi hanno compreso davvero la formula. Il presidente in seguito ha distillato numerosi indizi: in concreto, la Cina vuole diventare un mercato autosufficiente, vuole contare principalmente sulla circolazione interna, il ciclo di produzione, distribuzione e consumi dentro il suo territorio nazionale, tra il suo enorme bacino di 1,4 miliardi di abitanti. La circolazione interna dovrà ridurre l’eccessiva dipendenza del sistema produttivo cinese dalle esportazioni. L’altro binario della Doppia circolazione, che si può identificare con la circolazione esterna dell’export-import, diventerà nel medio lungo periodo solo un supporto, un volano immagina Xi. Nel Piano quinquennale ci saranno previsioni e risorse per l’innovazione tecnologica, che dovrà rendere i prodotti «made in China» più appetibili per i consumatori cinesi. L’obiettivo finale è dare alla società cinese un reddito alto, uno status che superi la moderata prosperità promessa per il 2021, centenario del Partito cinese. C’è da superare la trappola del reddito medio.

Per spingere la circolazione interna, vale a dire la domanda di beni di consumo da parte dei cinesi, il Partito-Stato ha bisogno di far crescere il reddito disponibile delle famiglie. È vero che la classe media cinese ormai conta su circa 400 milioni di persone, ma recentemente il premier Li Keqiang ha lanciato l’allarme sulla grave diseguaglianza sociale. «Il reddito medio annuo è 30.000 yuan (3.800 euro), però 600 milioni di compagni vivono con 1.000 yuan al mese (126 euro). Con 1.000 yuan non si affitta un appartamento in città». Gran parte dei 600 milioni di compagni che tirano avanti a mille yuan al mese sono nelle campagne, non debbono pagare un affitto in città, ma se il loro reddito è assorbito dalle spese puramente essenziali, non c’è da sperare che partecipino al grande progetto della Doppia circolazione voluto da Xi.

Il Plenum questa volta guarda oltre il Piano 2021-2025: discuterà anche di Visione 2035: come mettere le basi per arrivare in salute tra tre lustri, perché progetti per soccorrere l’ambiente devastato dalla crescita industriale forzata richiedono più di un Piano quinquennale. Bene occuparsi del futuro. Ma c’è tuttavia il sospetto che disegnare i prossimi 15 anni sia la prova che Xi Jinping nel 2035 vorrebbe essere ancora al timone (e questo sogno di leadership a vita rappresenta un altro rischio per la governance di Pechino).

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