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Cina a caccia di partner made in Italy

Si chiamano gruppi di acquisto. Ma nulla hanno a che fare con le iniziative spontanee dei consumatori critici a cui siamo abituati in Italia.
Sono composti da buyer, distributori, consulenti e trend setter e ad istituirli è stato per legge il Governo di Pechino. Con una missione precisa: scoprire i marchi occidentali meno noti, ma di qualità, e portarli direttamente nelle case del grande pubblico cinese.
È il sogno di ogni piccola e media impresa che si avvera. Per un’azienda di dimensioni medie e piccole, infatti, il mercato cinese è un oceano spesso troppo grande da affrontare. Aprire un negozio monomarca è troppo oneroso; trovare un distributore adatto richiede conoscenze che un imprenditore non può avere stando in Italia; in più c’è tutta la questione burocratica dei visti, delle dogane, dei regolamenti cui ottemperare. Con i Global Purchasing Center – così si chiamano i gruppi d’acquisto in questione – ogni nodo si scioglie e sono i distributori cinesi stessi a occuparsi di tutto. Vengono in Italia, selezionano i marchi e poi acquistano direttamente le merci, che poi affideranno al rivenditore più adatto nella città cinese ritenuta più opportuna.
Lanciati nell’ambito della Global Purchasing Season, la stagione degli acquisti globali, questi gruppi si stanno già sparpagliando per l’Europa. La buona notizia per le imprese italiane è che il gruppo deputato al made in Italy è già stato in visita dalle nostre parti a primavera «ed entro la fine dell’anno aprirà un ufficio qui a Milano», assicura Claudio Rotti, presidente dell’Aice (Associazione italiana commercio estero) e vicepresidente del comitato tecnico-scientifico per l’internazionalizzazione di Promos.
L’annuncio è stato fatto dai rappresentanti stessi del gruppo d’acquisto, che sono venuti a presentarsi sulla piazza meneghina lo scorso maggio, nell’ambito di un incontro organizzato dalla Camera di Commercio di Milano e dalla Cait, la China association of international trade, che agisce sotto l’egida del ministero del Commercio di Pechino.
Nel mirino dei Global purchasing center c’è tutto quello che serve a far crescere i consumi della Cina, che per svilupparsi ora punta meno sulle esportazioni e più sulla domanda interna: dall’olio di oliva al vino, dal caffè al cioccolato, dai prodotti per l’infanzia a quelli per la cura del corpo, dalle calzature ai gioielli, dai mobili ai giocattoli. L’importante è che si tratti di prodotti di lusso, la cui qualità si indiscutibile, ma che rappresentino marchi ancora poco noti.
«Il grande vantaggio – spiega Rotti – è che questi operatori acquisteranno direttamente i prodotti, facendosi poi carico di tutte le procedure di importazione e distribuzione. Per le nostre imprese si tratta di un’opportunità unica e noi aiuteremo questi gruppi a individuare le giuste aziende italiane, una volta che avremo l’elenco esatto del tipo di prodotti a cui sono interessati».
Le opportunità per il made in Italy sono ghiotte: nel 2012 il nostro export verso la Cina è stato di circa 9 miliardi e si stima che la domanda di moda italiana oltre la Grande Muraglia sia cresciuta del 13%. E tutto questo malgrado un calo globale dell’interscambio italia cina, che ha segnato nel 2012 sul 2011 una flessione dell’export italiano verso il Dragone del 9,9% e un calo delle importazioni pari al 16,6 per cento.
Quanto al settore alimentare – l’altro pilastro interessato dalla nuova piattaforma d’acquisto dei Global Purchasing center – la domanda cinese in un anno è cresciuta del 24% e l’export italiano vale circa 300 milioni di euro. Nei beni di lusso il mercato di Pechino, che già rappresenta il primo cliente globale con il 25% degli acquisti del settore, ha messo a segno una crescita del 6 per cento.

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