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Cig, reddito cittadinanza e Naspi: richieste al Mef già oltre i 10 miliardi

Aprire qualcosa di più di una semplice breccia nel fortino del ministero dell’Economia per recuperare una dote robusta di risorse da destinare nei prossimi mesi al capitolo lavoro e magari tenendo congelato il dossier pensioni, da gestire senza strappi pericolosi per i conti pubblici. Quella che può apparire una strategia sotto traccia, con il trascorrere delle settimane si sta trasformando quasi in un percorso obbligato per una maggioranza con sensibilità e priorità spesso non proprio allineate sulla gestione del Welfare. E un segnale lo si è avuto mercoledì con il decreto-legge su fisco e lavoro, che ha destinato gli 1,5 miliardi recuperati dallo stop all’operazione cashback nel 2021 al fondo per la riforma degli ammortizzatori sociali. Che il ministro Andrea Orlando conta di presentare in Parlamento entro luglio. Del resto, le nuove urgenze collegate agli effetti della crisi pandemica in tema di ammortizzatori, sussidi e sostegni al reddito rischiano di diventare sempre più pressanti con la fine del blocco generalizzato dei licenziamenti per industria e costruzioni scattato ieri (escludendo tessile-abbigliamento-pelletteria). Mentre le pensioni, su cui vigila con attenzione Bruxelles, potrebbero trasformarsi in un pericoloso terreno di scontro all’interno della maggioranza. E, quindi, “avanti tutta” sul capitolo lavoro. Con un “conto” che continua a salire senza soste.

Le richieste per i prossimi mesi dall’interno dell’esecutivo e dalle varie forze politiche, che guardano prevalentemente alla prossima manovra, si collocano già tra i 10 e 15 miliardi. E non sono certo vissute all’insegna dell’assoluta tranquillità dai tecnici di via XX settembre.

Già oltre mezzo miliardo del decreto approvato mercoledì è assorbito dal potenziamento della cig per le aziende in crisi (altre 13 settimane) e per il tessile-moda (altre 17, sempre scontate). Ci sono poi da recuperare con la legge di bilancio le risorse per la riforma degli ammortizzatori sociali abbozzata dal ministro Orlando, da aggiungere al primo “chip” da 1,5 miliardi. Le ultime stime parlano di una richiesta complessiva di non meno di 6-8 miliardi già per il 2022 (una dote sostanzialmente doppia dei 2-3 miliardi circolati nelle scorse settimane con una proiezione a regime di 10 miliardi). E su questa ipotesi sono ora in corso le valutazioni della Ragioneria generale dello Stato e, soprattutto, del ministro dell’Economia.

Nell’ampio orizzonte di opzioni che abbraccia il riassetto degli ammortizzatori, dalle durate differenziate 12, 24, 30 settimane in un quinquennio mobile a seconda della tipologia di impresa, e cig anche per le realtà sotto i 15 addetti, ci sono anche le proposte, in gran parte in linea con lo schema-Orlando, del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Che perora anche la causa di un doppio intervento sulla Naspi per aumentarne l’importo attenuando il decalage (riduzione dell’importo finale dell’indennità di disoccupazione non più del 30% ma del 50% arrivando a 24 mesi) e prolungando la durata per gli over 55 del 50% (fino a 36 mesi). Il costo quantificato dallo stesso Tridico della prima misura è di poco superiore al miliardo l’anno, mentre per la seconda è di oltre un miliardo a regime dal 2025.

C’è poi la complicata partita sul Reddito di cittadinanza. Con un’ampia area della maggioranza (M5S, Leu e quasi tutto il Pd) che è in pressing per il rafforzamento della misura varata dal “Conte 1”. In questo caso le prime ipotesi prevedono un rifinanziamento, sempre con la prossima legge di bilancio, di almeno 1-2 miliardi, se non oltre. Lega e Forza Italia sono però contrari a un rafforzamento “incondizionato” del Rdc e chiedono un ripensamento della misura soprattutto per evitare che favorisca il lavoro nero. Orlando per il momento in via ufficiale si è limitato a sottolineare che la sua intenzione è quella di riorganizzare il Rdc così come il Reddito d’emergenza. Che rappresenta un altro fronte aperto e che, se dovessero passare nuovi interventi dopo l’ultima proroga a settembre, potrebbe provocare un’ulteriore ricaduta su conti pubblici.

Il tutto dovrà fare poi i conti con nuovi eventuali rifinanziamenti in corsa della Cassa integrazione, da alimentare magari pescando vecchi e nuovi “serbatoi” (c’è già un impegno politico a coprire la cig emergenziale per il terziario fino a fine anno). Ma è chiaro che in questo scenario diventerebbe difficile recuperare nuovi fondi anche per forme pensionistiche di flessibilità in uscita a vasto raggio, chieste a gran voce dai sindacati, per gestire il dopo Quota 100 dopo lo stop di fine anno.

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