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Ciak si gira il Pnrr Chi c’è (e chi vorrebbe esserci) nella cabina di regia

La carta coperta del Recovery plan resta per ora quella della cabina di regia che lo governerà. Ciò non toglie che siano già tanti gli uomini e le donne che lavorano alla realizzazione del nuovo Piano Marshall italiano, mettendo a disposizione del governo la propria competenza. La conformazione della governance invece sarà svelata a breve, quando verrà emanato il decreto che indicherà gli strumenti per accelerare gli investimenti del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr).

Lì sarà sciolto il nodo, tutto politico, di quali ministri entreranno nella centrale di tutte le decisioni: l’idea iniziale, attribuita al premier Mario Draghi, di riservarla ai ministri intestatari delle sei missioni del Pnrr (Vittorio Colao per l’Innovazione, Roberto Cingolani per la Transizione ecologica, Enrico Giovannini per le Infrastrutture, Patrizio Bianchi per l’Istruzione, Roberto Speranza per la Sanità e Andrea Orlando per la Coesione sociale) si scontra con il fatto che questo criterio lascerebbe fuori i ministri del M5S e della Lega, e comunque determinerebbe una prevalenza tecnica all’interno del comitato.

Aver sottratto questa decisione al sia pur breve passaggio alle Camere del Piano, pochi giorni prima del suo invio a Bruxelles, è stata la strategia di Draghi per non incappare in una lunga e divisiva discussione. E il richiamo del premier, nei discorsi alle Camere, alla responsabilità e all’unità d’intenti, dopo le polemiche sollevate soprattutto dalla Lega, sembra lasciare pochi spazi alla discussione anche adesso che il Piano è stato recapitato. Qualsiasi sia la decisione sulla governance del Recovery plan, questa resterà saldamente nelle mani del premier che ha già spiazzato i partiti «blindando» di fatto il Pnrr attraverso l’interlocuzione con Bruxelles prima ancora di recarsi alle Camere. Come dire che margini per la discussione non ce ne sono più. E non ce ne saranno probabilmente neanche per un governo che dovesse succedere a quello di Draghi, dopo il 2023, visto che gli impegni presi sono stringenti.

Strutture tecniche

Sotto quella che sarà la «cupola» politica che governerà il Pnrr c’è una struttura tecnica che è già al lavoro dagli inizi di marzo e che, finora, ha limato il piano che era stato delineato dal precedente governo: ne ha modificato negli obiettivi, ricalibrato le cifre e redatto un cronoprogramma mozzafiato che riguarda non solo gli investimenti ma soprattutto le riforme, tutte da varare entro la fine dell’anno.

Come ha riepilogato Draghi alle Camere, il ministero dell’Economia è il cuore pulsante di questo lavoro avendo «funzioni di monitoraggio, controllo e rendicontazione e i contatti con la Commissione Europea». Tutto questo era già deciso dalla legge di bilancio del precedente governo che aveva già creato un’apposita unità di missione. Ma Draghi ha aggiunto una figura importante, quella del coordinatore, nella persona di Carmine Di Nuzzo, la cui esperienza maturata nel campo del monitoraggio dell’utilizzo dei fondi europei, corroborata da una solida competenza informatica, dovrebbe fare la differenza. Il coordinatore lavorerà a stretto contatto con sei funzionari, uno per ciascuna missione, coadiuvati da una squadra di economisti (interni e non) e da un drappello di esecutori.

Al suo fianco lavora il capo della segreteria tecnica di Franco: Federico Giammusso, al Mef dal 2014 dopo sei all’Ocse. Del gruppo di lavoro più ristretto fanno parte personaggi di peso come il ragioniere generale dello Stato Biagio Mazzotta, il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera e il neosottosegretario agli Affari europei, l’ex ministro Enzo Amendola, che aveva seguito in prima linea il Pnrr del Conte II, tenendo i rapporti con Bruxelles.

La struttura della Ragioneria ha dunque un ruolo tecnico di coordinamento e controllo, determinante quando si tratterà di passare l’esame dell’Europa, con tanto di pagelle, sulla concretezza dei progetti presentati, il loro cronoprogramma, le varie fasi di attuazione.

I ministeri dialoganti

Il decreto sulla governance assegnerà un ruolo centrale ai ministri alla partita per la realizzazione dei progetti di competenza, ma dovranno riportare sempre al Mef per la parte dell’assegnazione dei fondi e alla cabina di regia per eventuali scelte da operare. Sempre a Palazzo Chigi, Draghi ha voluto la costituzione di due comitati interministeriali, uno per la transizione digitale e uno per quella ecologica, guidati dai rispettivi ministri Colao e Cingolani. Qui saranno risolti eventuali problemi di sovrapposizione di competenze (il Piano ha sei missioni che si mescolano spesso tra loro) e i ministri saranno chiamati a collaborare.

Accanto a queste figure istituzionali, avranno un ruolo anche Corte dei Conti, Consiglio di Stato e Anac, cui il decreto assegnerà poteri speciali relativi ai progetti del Recovery plan. Al momento questi soggetti stanno collaborando alla stesura delle riforme, partendo dalle semplificazioni per le infrastrutture.

Consulenti ed esperti

Un ruolo importante è stato assegnato ai consulenti esterni: il premier ha chiamato accanto a sé il professor Francesco Giavazzi e ha nominato Marco Leonardi, docente alla Statale di Milano, a capo del Dipe (Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica), con funzioni relative al Pnrr. Ma nelle mini-cabine di regia del Recovery plan, che ciascun ministero sta costituendo, è tutto un fiorire di esperti accanto a dirigenti nuovi e di lungo corso. Carlo Cottarelli, mago della Spending review, ad esempio, è approdato da consulente alla Funzione pubblica di Renato Brunetta, il quale ha chiamato nel ruolo di capo di gabinetto Marcella Panucci, già direttrice generale di Confindustria. Enrico Giovannini si è invece avvalso dell’esperienza di dirigenti interni come Mauro Antonelli e Giuseppe Catalano. Altrettanto ha fatto Roberto Cingolani con il superesperto di energia il dirigente Gilberto Dialuce, insieme con Sara Romano e Laura D’Aprile, già scelta dall’ex ministro Costa per l’economia circolare.

C’è un ultimo livello di governo del piano ed è quello delle amministrazioni locali. Draghi ha sottolineato che in capo a queste stanno investimenti per 87,4 miliardi tra Pnrr e Fondo complementare, il 40% del totale. Cifre che saranno gestite a livello locale con l’affiancamento di una task force di mille tecnici che forniranno consulenza per la progettazione ma anche con poteri sostitutivi per superare eventuali inerzie o inefficienze.

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