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«Ci sono segnali di fiducia, ora tocca ai governi»

«Ci sono segnali di miglioramento nei mercati finanziari, e sta tornando la fiducia, anche attraverso un contagio positivo» in atto, dice Mario Draghi. Ma è ancora presto «per cantare vittoria», aggiunge il presidente della Banca centrale europea, perché l’economia rimane «debole», in un clima di «incertezza», e «la ripresa graduale inizierà più avanti nel corso di quest’anno». È ciò che il banchiere centrale italiano ha spiegato ieri al termine della prima riunione di quest’anno del Consiglio direttivo, nella quale i 28 governatori e membri del board hanno deciso all’unanimità di lasciare invariati allo 0,75% il tasso di riferimento, senza prendere per ora in considerazione un ribasso dei tassi di interesse.
Per la prima volta Draghi si è mostrato cautamente ottimista riguardo alla situazione dei mercati finanziari, tornati in una situazione di maggiore normalità, caratterizzata da un miglioramento degli spread e dei Cds (assicurazioni sul rischio paese), dei mercati azionari, con una volatilità calata ai minimi da annui. Inoltre, sempre secondo il numero uno di Eurotower, il capitale torna ad affluire nei Paesi in difficoltà, migliorano i saldi del sistema dei pagamenti Target (particolarmente temuti in Germania), si ridimensiona il bilancio della Bce e anche uno dei problemi maggiori considerati dai banchieri centrali europei, «la frammentazione» dei mercati finanziari, «sta gradualmente migliorando».
Ciononostante Draghi non si è spinto oltre, come ha fatto per esempio anche ieri il capo dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, anche perché sulla crescita, ancora «molto debole», pesano ancora «rischi al ribasso», legati all’attuazione «lenta» delle riforme nell’area dell’euro, ai problemi geopolitici e agli squilibri nei paesi industrializzati, che possono frenare ulteriormente la ripresa degli investimenti dell’occupazione e del consumo. L’inflazione nel frattempo, secondo la Bce, dovrebbe scendere nel 2013 al di sotto del 2%.
Quindi, Draghi ha osservato che è in atto «un contagio positivo» e ci sono primi segnali di stabilizzazione di alcuni «indicatori congiunturali», anche su livelli bassi, e la fiducia dei mercati è significativamente migliorata, ma la strada verso una svolta resta ancora lunga. Draghi ha cercato di smorzare gli entusiasmi eccessivi, perché ora molto dipende dall’azione dei governi. Ed è «cruciale», ha detto, che questi ultimi continuino nell’opera di consolidamento dei conti pubblici di rafforzamento dei rispettivi sistemi bancari e, soprattutto, di proseguire nell’attuazione «rapida» delle riforme strutturali nei mercati del lavoro e dei prodotti. Per rendere Eurolandia un’area «più flessibile, dinamica e competitiva». Questi per Draghi sono tutti fattori essenziali per aggiungere uno sprone ulteriore ai «progressi effettuati» sul costo unitario del lavoro e gli squilibri nelle partite correnti.
Nel frattempo la preoccupazione rimane «schiacciante» per la «disoccupazione drammatica», come l’ha definita ieri Juncker, nella sua ultima audizione al Parlamento europeo. Juncker ha auspicato una rilettura di Karl Marx per risvegliare l’Europa dal trauma di mesi di austerità e introducendo, per esempio, un provvedimento come il «salario minimo garantito in tutti i Paesi dell’eurozona» per ridurre gli squilibri, e poi «politiche del lavoro più attive».

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