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Ci risiamo Apple-Microsoft il duello dei cervelli

Era il 2015 quando Satya Nadella, indiano di Hyderabad arrivato l’anno prima alla guida di Microsoft al posto del sanguigno Steve Ballmer, cambiata la cultura dell’azienda fondata da Bill Gates dalla logica dello scontro coi gruppi avversari alla ricerca della cooperazione, fece scoppiare la pace nel mondo di big tech: prima la fine delle controversie legali sancita da un accordo con Google al cui vertice era appena arrivato un altro manager indiano, Sundar Pichai. Poi la fine della guerra col sistema operativo Linux (dall’ostilità allo scambio di messaggi amorosi, mentre Microsoft entrò addirittura nella Fondazione Linux come partner principale) e la sospensione delle ostilità con Salesforce, fino ad allora accusata di violazione dei brevetti: ci fu addirittura una spettacolare apparizione di Nadella sul palco di Dreamforce, la conferenza annuale del gruppo fondato da Marc Benioff. Infine alla conferenza BoxWork anche il leader di Apple, Tim Cook, seppellì l’ascia di guerra.

Una tregua durata a lungo. Fino all’anno scorso quando sono riprese le frizioni: prima la causa contro Apple intentata da Epic Games (videogiochi) accusata dall’azienda di Cook di essere il cavallo di Troia di un’offensiva lanciata, in realtà, da Microsoft. E ora il lancio di Windows 11, la nuova versione del sistema operativo di Microsoft che offre agli sviluppatori di applicazioni condizioni molto vantaggiose con l’evidente obiettivo di attaccare l’App Store del gruppo di Cupertino, mentre Nadella sentenzia che «il mondo ha bisogno di più piattaforme e per far questo bisogna consentire alle app di diventare piattaforme».

Venti di guerra che non soffiano solo tra Microsoft ed Apple. Il gran capo del gruppo di Redmond, che per anni ha predicato cooperazione e invocato empatia, ha anche deciso di non rinnovare il patto di non aggressione con Google quando è scaduto, a metà aprile. Così ora si delinea un nuovo conflitto anche con il gruppo di Larry Page e Sergey Brin su un terreno diverso da quelli di 10-15 anni fa.Motori

Allora Microsoft tentava senza successo di contrastare l’ascesa del motore di ricerca di Google (arrivato al 90% del mercato) con il suo Bing. Il motore di Nadella continua ad avere un ruolo marginale, ma oggi i business-chiave di Microsoft sono altri: secondo gli analisti i due gruppi si scontreranno sui servizi cloud (nei quali il gruppo fondato da Gates è forte con Azure) e nella raccolta e gestione della pubblicità. Qui, denuncia Brad Smith, il consigliere generale di Microsoft per i rapporti legali e con il sistema politico, per operare bisogna usare gli strumenti di Google che, però, fa di tutto per evitare che interagiscano con altri sistemi.

Sembra di tornare all’alba dell’era digitale quando Steve Jobs, un giovane genio che realizzava prodotti adorati dalle élite tecnologiche, sfidava Bill Gates che stava già trasformando Microsoft in una corazzata capace di conquistare il monopolio dei sistemi operativi fino a quando due ragazzini che studiavano in un padiglione dell’università di Stanford donato proprio da Gates (Page e Brin), non cominciarono a sfidarlo prima con il motore di ricerca di Google e poi con Android.

Usciti di scena i fondatori, tra questi gruppi era ripreso il dialogo ed erano stati raggiunti accordi che ora saltano.

Microsoft ha superato la sua crisi di identità, ha ripreso a crescere, è entrata in nuovi business e ora, in un clima politico favorevole alla regolamentazione dei giganti della tecnologia, si smarca dai compagni di strada e cerca di forzarli ad abbandonare comportamenti che rendono più difficile il suo ingresso in alcuni mercati. La battaglia con Apple parte da una rivendicazione ispirata alla filosofia della libertà (Windows è un sistema aperto a ogni tipo di interoperabilità) contrapposta a quella del controllo di Apple che crea un sistema di «giardini recintati» (l’App Store, iTunes, lo stesso iPhone) e sostiene che, a fronte dell’obbligo di restare nel suo recinto, gli utenti ottengono servizi di qualità migliore e più sicuri (basso livello di infezioni da malware rispetto a quelle colpiscono i sistemi Windows di Microsoft e Android di Google).Guadagni

Lo scontro ora pare incentrato sull’alta commissione (30%) che Apple continua a incassare da chiunque operi attraverso il suo store per raggiungere il miliardo e più di utenti che comunicano via iPhone. Ma è convinzione degli analisti che la vera posta in gioco sia un’altra: la miglior posizione di partenza su realtà aumentata e realtà virtuale, i due grandi business del futuro sui quali i due gruppi stanno investendo molto. Con Microsoft, partita in anticipo, che cerca di costringere la fortezza Apple ad abbassare il ponte levatoio.

Si delinea una guerra di titani fra le prime due società al mondo che hanno raggiunto un valore di Borsa superiore ai duemila miliardi di dollari. Mentre la sentenza sul processo Epic Games che dovrebbe arrivare ad agosto, che ci sia o meno dietro lo zampino di Microsoft, influenzerà anche il modo in cui il Congresso considererà Apple nell’ambito del rilancio della legislazione antitrust ora in discussione alla Camera. Nell’offensiva della politica contro gli eccessi della Silicon Valley, Microsoft si era addirittura schierata con il Congresso contro lo strapotere di Facebook e Google, accusate di abusare della loro posizione dominante nelle reti sociali o nei motori di ricerca. Mentre Apple, condividendo questi giudizi critici, ha sempre sostenuto di essere un’azienda geneticamente diversa da quelle finite sotto accusa (giganti delle reti sociali e della raccolta di pubblicità) visto che non è nel business della monetizzazione dei dati presi dai propri utenti, ma in quello della vendita di apparecchi, come gli iPhone.

Ma Apple è finita comunque nel mirino del Parlamento per l’impossibilità di potenziali concorrenti di entrare nei suoi store dove continua ad applicare a chiunque passa per le sue piattaforme una commissione del 30% che oggi pare elevatissima. Apple si difende sostenendo che è quella che ha trovato quando, 15 anni fa, è entrata nel mercato e che anche molti altri continuano ad applicare. I suoi avversari obiettano che spesso gli altri sono piccoli operatori che hanno costi rilevanti e ricavi limitati, mentre Apple trae profitti giganteschi dai pedaggi pagati dai moltissimi che transitano sulle sue autostrade.

La questione è stata anche al centro della disputa tra Apple ed Epic Games che ha spinto l’azienda fondata da Jobs ad espellere dalla sua piattaforma prima il gioco Fortnite, poi tutte le attività del gigante dei videogames che, invocando diritti antimonopolistici, aveva cercato di trasformare la sua app nello store di Apple in una autonoma piattaforma di pagamenti destinata a tagliare fuori quella del gruppo guidato da Tim Cook. Il quale, durante il processo svoltosi in primavera, ha difeso con vigore le ragioni della sua azienda. Ora il dibattimento è chiuso, manca solo la sentenza.

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