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Ecco dove (e quando) ci possiamo far male

Nel primo scorcio del 2019 per fare un bollettino di breve termine della nostra malattia cronica, il debito pubblico, possono bastare tre numeri e una data.

52 miliardi

L’ammontare (stimato) delle nuove emissioni nel mese di gennaio. In scadenza ce ne erano solo 14 di vecchi, cari Bot. La notevole consistenza del nuovo, legata alla necessità di rimpinguare la tesoreria e di finanziare il deficit, è stata sottoscritta senza problemi. Al momento, quindi, chi temeva che il mercato avrebbe fatto lo schizzinoso con i Btp sbagliava. Per vari motivi che a fine 2018 non erano tutti sul tavolo. Il primo: «pazienza e flessibilità» annunciate dalla Federal Reserve su ulteriori movimenti del costo del denaro Usa, il secondo è l’ulteriore gran cautela della Banca centrale europea. In estrema sintesi gli investitori internazionali hanno deciso che, per un po’, aspettarsi tassi in rialzo non è molto realistico. E quindi tutto quel che offre un buon rapporto rischio rendimento viene comprato con un certo entusiasmo. Dai quinquennali greci ai Btp di tutte le taglie, fino ai trentennali francesi col gilet giallo.

412 miliardi

Questa invece è la stima complessiva di titoli pubblici che sarà necessario emettere nel 2019. Sono 55 miliardi in più rispetto ai 357 che arrivano a scadenza entro dicembre. Da qui a giugno — altro mese in cui fanno capolino solo 14 miliardi come in gennaio — la tabella di marcia è: 39 miliardi di nuove emissioni (sempre stimate) a febbraio, marzo, aprile. A maggio il Tesoro ne metterà in vetrina 34, 33 a giugno. Poi si entra nel secondo semestre con 30 a luglio, 23 ad agosto. Settembre e ottobre galoppano rispettivamente a 42 e 41, novembre ne farà 29 e dicembre 13. Andrà sempre così bene come è andata a gennaio? Dipende da quanta «fame» di rendimenti continueranno ad avere i grandi investitori che oggi hanno liquidità e poche alternative. Ma anche da quanta voglia avrà il governo italiano di essere chiaro sul prossimo (stretto?) sentiero dei conti pubblici. Al netto della campagna elettorale per le europee.

75 miliardi

La spesa per gli interessi sul debito da pagare nel 2019, secondo le stime di Mazziero research. Nel 2018, dice il report, ne abbiamo pagati 67,9, sette in meno. Ma la cifra potrebbe scendere di un paio di miliardi quando la Ragioneria Generale comunicherà il dato annuale, in genere inferiore rispetto alla somma dei singoli mesi. Il numero per l’anno che ci aspetta — che ha già le stimmate dello spread salito di un centinaio di punti a partire dalla fine di maggio 2018, e anche di più nei momenti peggiori — potrà variare a sua volta in funzione dell’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato.

8 marzo

La data della comunicazione Istat sulla produzione industriale di gennaio 2019. Quella che ci dirà se siamo in recessione tecnica oppure incamminati verso qualcosa di più grave. L’equazione è semplice e drammatica: meno crescita, impossibilità di contenere il debito.

Al momento siamo in pista con una Finanziaria che sta in piedi ipotizzando un Pil che sale dello 0,6% nel 2019, mentre il resto del mondo ci attribuisce non più dello 0,2-0,3%. Qualche giorno dopo, il 15 marzo, Moody’s (salvo proroghe) dovrebbe dare la pagella ai nostri titoli di Stato, che sono da tempo a un passo dall’insufficienza grave. Il 26 aprile tocca a S&P. Un mese dopo voteremo per l’Europa.

In ogni caso qualcuno dovrà far tornare i conti. Possibilmente anche fuori dalle urne.

Giuditta Marvelli

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