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Ci manca tanto l’inflazione. E (solo ora) scopriamo quanto fa bene

Quel che sale, poi scende, quel che scende poi sale – si dice spesso sui mercati. L’inflazione, di questi tempi, sembra non rispettare l’abitudine: è scesa e rimane bassa, non si riesce a farla salire. A settembre era negativa per lo 0,1% nell’Eurozona e per lo 0,4% in Italia, nonostante il programma di acquisto titoli (Quantitative easing, Qe) della Banca centrale europea sia attivo da marzo e abbia proprio l’obiettivo di portarla sotto ma vicina al 2% sul medio periodo.
Scelte slegate
Si usava dire, negli anni in cui era alta, che l’inflazione è un brutto animale da gestire. Le banche centrali di tutto il mondo, però, dagli Anni Settanta in poi hanno imparato come si fa a farla scendere: tassi d’interesse alti e imposti con tempismo, per anticiparla. Difficili da realizzare per motivi politici (rallentano l’economia): ragione per la quale le banche stesse hanno combattuto per diventare indipendenti dai governi e potere fare scelte autonome, slegate dal ciclo elettorale. Ora, però, la situazione è cambiata radicalmente, soprattutto nell’Eurozona.
Il vicegovernatore della Bce Vito Constâncio sostiene che non siamo affatto in una fase di deflazione, che si realizza quando i prezzi scendono costantemente per un anno o più: la banca di Francoforte non prevede qualcosa del genere. Mario Draghi ha spiegato giovedì scorso che l’inflazione dovrebbe dare qualche segno di ripresa a cavallo del cambio di anno per aumentare poi nel 2016 e nel 2017. Resta il fatto che l’inflazione bassa resta una preoccupazione, soprattutto per il timore che diventi deflazione piena.
Potere d’acquisto
Per alcuni, i prezzi in calo non sono un male: per i redditi fissi, ad esempio, aumentano il potere d’acquisto (il che non significa che automaticamente aumentino gli acquisti, anzi). L’elemento negativo riguarda l’economia. In diversi modi. I salari tendono ad avere una rigidità al ribasso naturalmente: significa che in una fase di prezzi in calo i profitti delle imprese finiscono sotto stress e ciò si traduce in minori investimenti. Per quel che riguarda i consumi, invece, la realtà di prezzi che ci si attende in calo comporta un rinvio delle decisioni di acquisto e di investimento, in attesa di condizioni più favorevoli. Nel lungo periodo, insomma, gli effetti della deflazione possono essere seriamente negativi per la crescita economica e per l’occupazione. Il problema è che abbiamo scoperto che la deflazione è un animale molto più difficile da gestire dell’inflazione.
In teoria, quando i prezzi salgono rapidamente, i tassi d’interesse stabiliti dalle banche centrali possono salire senza limite. E un livello al quale l’inflazione si arresta prima o poi lo si trova. Doloroso ma efficace. Con la deflazione non è così. Il limite di tassi d’interesse allo zero per cento è difficile da superare. Nell’Eurozona oggi siamo allo 0,05% per il tasso di riferimento. Si può scendere sotto lo zero in alcuni casi: ad esempio la Bce impone alle banche che parcheggiano denaro presso di essa (e quindi non lo usano per fare prestiti) di pagare lo 0,20%, cioè un tasso negativo: e la riunione del consiglio dei Governatori di dicembre potrebbe decidere di renderlo ancora più penalizzante.
Ridotta capacità
Ma di base esiste il cosiddetto Zero Bound: quando si avvicina a esso, la capacità di una banca centrale di fare politica monetaria attraverso lo strumento dei tassi si riduce. Per questo, negli anni post Grande Crisi i governatori sono ricorsi alla politica monetaria non convenzionale: l’acquisto di titoli sui mercati per immettere liquidità nelle economie e alleggerire ulteriormente i tassi d’interesse di mercato che non possono essere stabiliti per decreto. Su quanto siano efficaci queste misure – che hanno anche controindicazioni, come d’altre parte le aveva la lotta contro l’inflazione attraverso tassi alti – il dibattito è aperto. Quello che si può ragionevolmente dire è che senza i Qe che sono stati lanciati nel mondo – dalla Fed americana, dalla Banca del Giappone, dalla Bank of England e dalla Bce – oggi saremmo probabilmente in una situazione peggiore. Ma cosa succederebbe se, nonostante il Qe magari rafforzato rispetto a quello in corso oggi, i prezzi nell’area euro non riprendessero a salire? La Bce avrebbe esaurito le sue possibilità di intervento? Giovedì scorso, Draghi ha accennato a una serie di strumenti ancora a disposizione. Si parla anche di una misura mai messa in pratica ma suggerita a suo tempo da Milton Friedman: mettere denaro direttamente nei conti correnti dei cittadini, a patto che li spendano. È il cosiddetto Helicopter Drop , denaro gettato sull’economia. Non siamo a quel punto, così come non siamo in deflazione. È però bene sapere che una soluzione monetarista estrema potrebbe esserci.

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