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Ci sono dei fallimenti evitati che sarebbero utili anche alle banche

Fa più rumore un albero che cade che non quello di una foresta che cresce, recita l’antico proverbio cinese. Vero. L’albero che cade è quello delle banche fallite e delle aziende insolventi. La foresta che cresce è quella dei concordati preventivi che evitano il fallimento di aziende anche medio-piccole (e non solo grandi e privilegiate politicamente), permettendone la permanenza in vita e salvando almeno in parte gli interessi dei creditori e l’occupazione. È il caso della Jeckerson Spa, un’azienda italiana del settore jeans e moda casual, finita in crisi negli anni più duri che speriamo siano alle spalle, che ha rischiato un crack da 90 milioni di euro che avrebbe soppresso 200 posti ma ha appena firmato al Tribunale di Milano un concordato in cui l’azionista ha rifinanziato un po’, i principali creditori sono diventati azionisti, altri creditori sono stati decorosamente liquidati, il lavoro è salvo (gli ordinativi sono buoni) e insomma si è evitato il peggio.

Non è un stato un miracolo dell’amore: i prodotti erano buoni, gli ordini non mancavano, il sovrappiù di debito era stato accumulato per disavventure varie negli anni della crisi ma il nuovo capo-azienda Gian Maria Argentini, e gli avvocati Riccardo Agostinelli e Riccardo Sgrò (studio Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners) hanno convinto l’azionista di riferimento (peraltro un fondo inglese, lo Stirling Square Capital Partners) a rilanciare con 5,3 milioni di ulteriori investimenti, e le principali banche finanziatrici, cioè Montepaschi, Unicredito e GE Capital e convertire il credito in capitale.

Perché queste operazioni non si moltiplicano, e le banche continuano a svendere i loro crediti incagliati a meno del 20% del valore nominale? Per incassare soldi «pochi, maledetti e subito»? Anche. Ma forse anche per eccessiva contiguità con i fondi internazionali specializzati nella gestione vantaggiosa (per loro) dei debiti incagliati: uno di questi fondi che spende 20 euro per rilevarne 100 di debiti in sofferenza, e riesce poi a realizzarli (assai spesso!) a 40, guadagna il 100%! Ma tanto varrebbe, allora, che le banche, anziché svendere questi crediti al 20% del valore, offrissero direttamente ai loro debitori un accordo per un rimborso al 30%: molti accetterebbero e le loro aziende tornerebbero in bonis.

Il Parlamento si sta interrogando, nei rari sprazzi di lavoro serio tra la perenne impasse politica che lo invischia, su come incentivare questa più sana e razionale gestione delle sofferenze bancarie. Il sistema creditizio, invece, non sembra occuparsene abbastanza. Ma non è, in materia, l’unica sua lacuna.

Sergio Luciano

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