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«Ci battiamo per evitare la Grecia»

ROMA
In un contesto caratterizzato da una «crisi drammatica che si prolunga da quattro anni», e che sta imponendo un prezzo altissimo «alle famiglie, ai giovani, ai lavoratori e alle imprese che chiudono», si parte da una constatazione, che il presidente del Consiglio, Mario Monti, affida al «Documento di economia e finanza» approvato dal Consiglio dei ministri. La congiuntura internazionale resta «debole e incerta», e dunque da noi la crescita «non tornerà fino al 2013». Non è una sorpresa, come certifica il nuovo quadro macroeconomico, che vede il Pil in contrazione quest’anno per l’1,2% mentre si prospetta una sia pur modesta ripresa l’anno prossimo con un +0,5 per cento. Nel 2014 si raggiungerebbe l’1%, e l’1,2% nel 2015. L’annno in corso non lascia margini, con la contrazione dell’1,7% dei consumi privati e del 3,5% degli investimenti, mentre l’intera domanda interna è indicata in flessione del l’1,8 per cento.
Si punta sul prossimo anno, dunque, quando il deficit dovrebbe raggiungere una posizione di «close to balance» (lo 0,5% del Pil). Condizione che pur non qualificandosi formalmente come pareggio, soddisfa uno dei principi-base della nuova disciplina di bilancio europea. In conferenza stampa, al termine del Consiglio dei ministri, Monti ammette che il prezzo della crisi è altissimo, anche in termini di vite «che si chiudono con la disperazione», e tuttavia si chiede quale scenario si sarebbe aperto per il nostro paese se alla fine dello scorso anno fossimo finiti dritti nel baratro del default («è stato evitato uno shock distruttivo»). Il premier illustra i punti salienti del «Def» e del «Programma nazionale di riforma», parla degli obiettivi del suo governo (dalla vita breve ma «con un compito lunghissimo») come di impegni con un orizzonte temporale tale da richiedere la massima condivisione da parte delle forze politiche che lo sostengono. Si progetta l’Italia del futuro, nella consapevolezza che parte delle residue perplessità dei mercati riguardano proprio la capacità del sistema politico di autoriformarsi. «Occorre la riforma della politica – osserva il premier – della governance del Paese. Non pensino i partiti che questi temi siano cosa diversa e separata dai temi del recupero di credibilità del Paese».
Compito di enorme portata, appena iniziato, e il governo sta operando per evitare un «drammatico destino» come quello della Grecia, con i suoi 1.725 suicidi. Il quadro delineato dal «Def» è senz’altro più ottimistico rispetto alle stime del Fmi. Monti trova decisamente «più confortante» che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble e il numero uno del Fondo, Christine Lagarde, abbiano espresso apprezzamenti sugli sforzi compiuti dall’Italia, «piuttosto che dibattere di mezzo punto in più o in meno di crescita». Fenomeno che Monti definisce «grandioso e pervasivo, non tanto sensibile al l’ideona quanto a una serie di ideuzze, riforme e interventi». Alla crescita – osserva – «lavoriamo tutti i giorni, anche se non ne parliamo, ma è il termine più evocato dalla nascita del governo».
La parola va al vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli che Monti chiama «ministro» (investitura alla successione?), che sottolinea come i conti pubblici strutturalmente in equilibrio siano la garanzia per l’Europa. «È la dimostrazione che abbiamo raggiunto un livello di disciplina convincente». Lo attesta quello 0,6% di surplus nel 2013 al netto degli effetti del ciclo economico, e lo stesso obiettivo del sostanziale pareggio che Monti qualifica come una «meta ambiziosa». D’ora in poi – gli fa eco Grilli – il pareggio sarà un elemento strutturale, non episodico. Quanto al peso reale sul debito degli aiuti a Grecia, Portogallo e Irlanda, Grilli chiarisce che è pari a circa il 3% del Pil. Ne consegue che la progressione del debito è del 123,4% nel 2012 e 121,5% nel 2013.
Siamo tutt’altro che fuori dal guado, «siamo consapevoli – spiega Monti – che «quel che facciamo è l’avvio di un’operazione che durerà anni». Il dossier dismissioni è in soffitta? «Non è chiuso, ma rispetto ad altre fasi storiche il dismettendo oggi è minore, e in questo momento le valutazioni di mercato di asset produttivi sono abbastanza sofferenti». In futuro i proventi della lotta all’evasione dovranno essere utilizzati per ridurre le aliquote.

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