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Chiusure record, +13% rispetto al 2012

Il 2012 si era chiuso con la triste targa di anno peggiore dall’inizio della crisi. Questo primo scorcio del 2013 invita però a pensare che si tratti di un record destinato a cadere. Come le imprese, che una dopo l’altra stanno cadendo, falciate da una crisi interminabile che non allenta la morsa. Anzi.
Due giorni fa in Italia 58 aziende hanno alzato bandiera bianca. E, dal primo gennaio all’8 aprile, ad arrendersi e a portare i libri in tribunale sono state complessivamente 4.218 imprese, il 13% in più rispetto allo stesso periodo del 2012.
Numeri impietosi quelli rilevati da Cerved, gruppo specializzato nell’analisi delle imprese e nella valutazione del rischio di credito, che ha preso in esame le istanze di fallimento registrate presso le Camere di commercio. Da oggi queste rilevazioni saranno riportate giornalmente dal Sole 24 Ore, in un aggiornamento costante della purtroppo triste contabilità di aziende che non ce la fanno più a reggere cali di fatturato, ordinativi al lumicino, ma anche una pressione fiscale che cresce, problemi di accesso al credito e pagamenti fin troppo attesi da parte della pubblica amministrazione.
Una Spoon River, insomma, che va avanti da anni, in un peggioramento costante con sempre più aziende costrette a portare i libri in tribunale. Nel 2012 furono 12.442, più di mille al mese, 34 al giorno: in aumento del 2,3% sull’anno precedente e addirittura il 32% in più rispetto all’annus horribilis 2009. Se non bastassero queste cifre, si potrebbe osservare che nel solo quarto trimestre dell’anno il dato (3.596) è il peggiore dal 2008.
Numeri non indifferenti, dunque, dietro ognuno dei quali ci sono storie di imprenditori che non ce la fanno, in alcuni casi perché il business non avrebbe comunque retto per motivazioni strutturali, ma in altri – e sicuramente si tratta della componente maggioritaria – perché proprio la recessione, unita alle condizioni del sistema Paese, ha fatto da detonatore.
Sono cifre che continuano a crescere, senza soluzione di continuità. Le 34 istanze di fallimento al giorno del 2012 sono salite a 43 in questi primi mesi del 2013. A conti fatti, le 4.218 di gennaio-aprile vanno ad aggiungersi ai 45.280 fallimenti registrati fra 2009 e 2012. E sono cifre che dipingono un quadro ancora più fosco se si pensa che nel 2007 è intervenuta una riforma della legge fallimentare che ha escluso dall’ambito di applicazione le imprese più piccole. Risultato: c’è stato un crollo iniziale dei numeri, ma già ora si è tornati ai livelli precedenti al 2007.
Tutti i settori, dall’industria alle costruzioni, ai servizi , hanno pagato dazio. Dall’altro lato Lombardia, Lazio, Veneto e Campania sono le regioni con i numeri più alti nel 2012 anche se, nel rapporto fra le società di capitale fallite fra 2009 e 2012 e quelle con bilanci validi e attivo patrimoniale, le elaborazioni del Cerved indicano in Friuli-Venezia Giulia (4,4%) e Marche (4,1%) quelle messe peggio.
«Purtroppo – afferma Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved Group – le nostre rilevazioni continuano a consegnare un quadro di crisi che non accenna a cambiare. Quel che è peggio è che sulle istanze di fallimento la crisi avrà un’onda lunga, con effetti che si sentiranno con ogni probabilità anche quando arriverà la tanto agognata ripresa».
Dunque c’è da aspettarsi una situazione in peggioramento «anche perché – precisa De Bernardis – ci sono indicatori più tempestivi delle istanze di fallimento, che possono anche esser avviate settimane prima della registrazione, che continuano a dare segnali negativi».
Il riferimento è ai protesti come ai ritardati pagamenti. Nel 2012 il Cerved ha contato 47mila società protestate (+8,8% sul 2011). Sul fronte delle transazioni e dei tempi, sempre più lunghi, per onorare gli impegni, nell’ultima parte del 2012 hanno pagato in grave ritardo (con oltre due mesi rispetto alle scadenze concordate) il 7,1% delle società; lo stesso dato del quarto trimestre 2011 era pari al 6 per cento.

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