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Chiusura d’impresa a ostacoli

Sono circa 48 mila le imprese sciolte e liquidate volontariamente nel primo semestre 2013. Il dato, elaborato da Infocamere, è in linea con quello del precedente anno in cui (in 12 mesi) la medesima sorte aveva riguardato circa 95 mila imprese. Se considerato congiuntamente alle iscrizioni, pari a circa 220 mila, mostra un saldo netto positivo che offre un po’ di fiducia anche se i dati necessitano di qualche maggiore indicazione.

Il dato relativo alle chiusure infatti riguarda unicamente gli scioglimenti e le liquidazioni volontarie. In realtà le imprese che sono uscite di scena è facile ipotizzare che siano in numero ben maggior considerando che a quelle della tabella in pagina occorre aggiungere le altre che hanno subito la stessa sorte ma non per volontà dell’imprenditore o anche senza passare dalla fase di liquidazione. Ed il dato non è trascurabile anche considerando che il numero di questa seconda tipologia ha registrato negli ultimi anni un incremento rispetto a quelli tendenziali precedenti.

Allo stesso modo merita qualche osservazione anche il dato, che si mantiene su buoni livelli, delle nuove iscrizioni, pari a quasi 220 mila nel primo semestre 2013 secondo gli ultimi dati Infocamere. Se in linea generale il numero pare riassumere una fiducia ancora presente che spinge a rischiare e a entrare nel modo delle imprese, non può sottacersi un’altra considerazione. Le nuove iscrizioni potrebbero essere frutto in alcuni casi di una scelta ragionata del neo imprenditore ma in altri di una scelta obbligata dello stesso.

Anche negli studi professionali si registrano aperture di nuove posizioni ma non sono poche quelle che fino a poco tempo fa non sarebbero state aperte in quanto il soggetto avrebbe trovato lavoro come dipendente. Insomma ben vengano i numeri delle nuove apertura ma attenzione che gli stessi potrebbero nascondere la nascita di microimprese (e fin qui niente di male) costituite più che per volontà per mancanza di alternative.

Sul punto è necessaria un’altra osservazione. Negli ultimi tempi sono intervenute norme di natura tributaria che hanno modificato (in peggio) lo scenario per non poche società e imprese. Difficile negare che le nuove regole in tema di società non operative che considerano tali anche quelle in perdita da tre anni (senza che il periodo di crisi possa fungere da esimente) o le complicate regole in tema di beni assegnati ad un valore inferiore a quello di mercato ai soci abbiamo avuto come primo impulso quelle di far balenare l’idea a non pochi imprenditori di abbandonare la scelta imprenditoriale. Ma qui ci si scontra con la totale assenza di norme agevolative che invece negli anni passati hanno sempre accompagnato le regole penalizzanti del tipo di quelle sopra ricordate. Difficile capire il motivo di tale scelta del legislatore che avrebbe come effetto quella di ridurre le imprese in Italia ma presumibilmente di selezionare la presenza di quelle che realmente ed effettivamente esercitano un’attività d’impresa. E dicendo ciò non si vuole approvare in toto il ragionamento che sembra aver ispirato il legislatore a introdurre tali regole. Non è vero che la scelta di una struttura societaria per la gestione del patrimonio immobiliare sia sempre e solo sintomo della ricerca di un risparmio fiscale rispetto ad una gestione personale (che oltretutto ormai non è spesso nemmeno ipotizzabile). Non si può infatti dimenticare che oltre al Tuir esiste un codice civile che ad esempio consente una maggior tutela nei confronti dei terzi per i beni societari rispetto a quelli personali. Ma tralasciando ciò e seguendo gli obiettivi che paiono essere quelli del legislatore, forse è giunto il momento di ripristinare norme di favore per scioglimenti, assegnazioni e estromissioni che potrebbero avere come risultato quello di favorire una selezione delle imprese a favore di quelle che svolgono una reale attività imprenditoriale. E il tutto senza oneri per l’erario ma anzi con la possibilità di qualche incasso pari alle imposte in misura ridotta che potrebbero essere richieste per porre in essere l’operazione.

Magari così facendo si giungerebbe a un aumento delle chiusure di posizioni imprenditoriali ma (oltre all’incasso per l’erario) si potrebbe pensare ad un mondo imprese italiano più attivo. Senza contare che ciò porrebbe il freno a contenziosi e litigi che le norme sopra citate di certo faranno aumentare considerando che difficilmente gli imprenditori (senza altra via d’uscita) si adegueranno alle norme troppo rigide che sono state introdotte.

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