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Chiusura dei bilanci, le società vanno ai tempi supplementari

La stagione dei bilanci 2012 non è ancora chiusa. Nonostante il termine rigido sia fissato dal codice civile entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio, non sono poche le società che sfruttano il maggior termine dei 180 giorni concesso dalle norme solo in particolari situazioni. Ciò accade non di rado a fronte di situazioni patrimoniali ed economiche che presentano qualche difficoltà, anche se in tale ipotesi forse ancora più che nelle altre il termine di 120 giorni dovrebbe avere ancora più motivi per essere applicato.

Ma considerato che gli spazi di manovra del redattore del bilancio (che vuole fare le cose fatte bene) non sono molti tanto vale verificare se nelle procedure successive alla chiusura dei conti sia possibile trovare qualche via.

Le perdite conseguite dalle società di capitale assumono rilevanza particolare allorché raggiungono la misura del terzo del capitale. A tal riguardo l’art. 2446 c.c (per le spa, per le srl la materia è regolata in maniera sostanzialmente analoga dall’art. 2482-bis) prevede che:

 

  • quando la perdita raggiunge il terzo del capitale, l’organo amministrativo deve convocare senza indugio l’assemblea per gli opportuni provvedimenti; 
  • all’assemblea deve altresì essere presentata una relazione sulla situazione patrimoniale della società, con le osservazioni del collegio sindacale.Ben più grave è la situazione prevista dall’art. 2447 (2482-ter per le srl): in tali situazioni la perdita, oltre ad aver superato il terzo del capitale, ha altresì comportato la riduzione del capitale sociale al di sotto del limite legale. In tale ipotesi non è concesso alcuna dilazione e l’assemblea deve prendere subito decisioni in merito alla continuazione o meno dell’attività societaria. Rispetto all’ipotesi precedente, la società non gode della moratoria di un esercizio, in quanto la perdita ha comportato l’erosione del capitale sociale ed è pertanto necessario porvi rimedio senza indugio.

    Le alternative concesse dal legislatore si sostanziano quindi in:

     

  • delibera di riduzione del capitale sociale e suo contestuale aumento a un importo non inferiore al minimo di legge; 
  • trasformazione in una società che richiede una misura inferiore del capitale sociale minimo (o non ne richiede affatto, come le società di persone); 
  • delibera di messa in liquidazione della società.È opportuno sottolineare che affinché si concretizzi la situazione prevista dall’art. 2447 occorre il verificarsi congiunto della due seguenti ipotesi:

     

  • la perdita abbia oltrepassato la misura del terzo del capitale; 
  • la perdita abbia comportato la riduzione del capitale sociale al di sotto del minimo legale.Sia l’art. 2446 che l’art. 2447 del codice civile fanno ambedue riferimento al capitale della società. La locuzione capitale potrebbe riferirsi:

    a)al capitale nominale della società;

    b)al capitale nominale aumentato delle riserve (in pratica al patrimonio netto).

    Ambedue le soluzioni sono state in modo più o meno rilevante sostenute dalla dottrina ma oggi sembra prevalente una terza soluzione tra l’altro confermata dal principio contabile nazionale Oic 28. Tale tesi prevede che la riduzione di oltre un terzo del «capitale» si verifica qualora la perdita sia superiore al totale delle riserve e ad un terzo del capitale sociale. La tabella contribuisce a chiarire l’applicazione concreta di tale criterio.

    Una delle soluzioni che viene individuata per superare tale situazione è quella di ottenere la rinuncia dei soci al diritto di restituzione di precedenti finanziamenti. La rinuncia del credito vantato dal socio comporta la necessità di costituire una riserva di capitale di pari importo. In ogni caso la costituzione delle riserva di capitale deve essere successiva alla rinuncia al diritto del socio e ciò può comportare il superamento dei limiti prima visti e quindi il superamento dell’obbligatorietà delle decisioni prescritte dal codice civile in caso di perdite «rilevanti».

    Occorre sottolineare che non è corretto il comportamento secondo il quale i versamenti in conto perdite effettuate dai soci durante l’esercizio transitino direttamente nel conto economico. La finalità è evidente. Imputando direttamente a conto economico il versamento o la rinuncia dei crediti dei soci si rischierebbe di non dare una visione veritiera e corretta della situazione economica della società. Il bilancio chiuderebbe con un utile che in realtà sarebbe conseguito solo grazie ad una nuova immissione di capitale di rischio da parte dei soci.

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