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Chiusi i conti col passato È più facile attrarre i capitali esteri

Con le maxi vendite di quote azionarie realizzate anzitutto da Mediobanca e Generali e l’archiviazione di diversi patti di sindacato per il capitalismo italiano è cominciata a tutti gli effetti una fase nuova. Il passaggio ha registrato una forte accelerazione negli ultimi due anni, ma l’avvio della trasformazione risale ai prini anni del Duemila.
Vecchi vincoli
Si perché solo 15 anni fa, nel 1999-2000 quindi, l’Italia della grande finanza e della industria era, per quanto riguarda gli assetti proprietari, un gigantesco network : un filo ininterrotto di partecipazioni spesso incrociate e vincolate in patti univa fra gli altri Generali, Comit, Intesa, Mediobanca, Cofide, Fiat, Pirelli, Sai, Fondiaria, Compart-Montedison, Hdp, San Paolo Imi, Falck, Italmobiliare, Unicredit, Banca Roma, Montepaschi, Benetton, Gim, Ina, Bnl, Bell-Olivetti-Telecom, Unipol, Fininvest.
Solo 15 anni fa i protagonisti di questo network facevano parte di svariati consigli e patti. Basta passare in rassegna alcuni nomi noti. Gianfranco Gutty di Generali, era presente nei board di Comit, Fiat, Hdp, Mediobanca; l’industriale Luigi Lucchini era presidente di Comit, Compart e Montedison, amministratore di Generali, Mediobanca e Olivetti; Giuseppe Lucchini era vicepresidente della Milano e consigliere in Smi, Gim, Hdp, Banca Lombarda; Luigi Orlando, presidente di Smi e Gim, era presente anche in Pirelli e Ras; Giampiero Pesenti, numero uno di Italmobiliare e Italcementi, era in Compart, Gim, Hdp, Pirelli e Ras; il figlio Carlo era in Comit, Mediobanca, Italcementi, Poligrafici; Lucio Rondelli, presidente di Unicredito, era anche in Mediobanca, Ras e Rolo; Marco Tronchetti Provera, numero uno di Pirelli, era nei board anche Gim, Hdp, Mediobanca e Ras; Cesare Geronzi, presidente di Banca di Roma, era consigliere di Mediobanca e Olivetti; Franzo Grande Stevens, l’avvocato dell’Avvocato oltre che nel gruppo Fiat partecipava ai board di Ina e Unicredito; Enrico Bondi, Montedison, era in Hdp e Telecom; Giorgio Cefis, che guidava Smi-Gim, era in Finarte, Monrif e Poligrafici; Aldo Civaschi, consigliere delegato Comit, era nei board di Creberg e Hdp; Alberto Falck era anche amministratore in Camfin, Italcementi, Milano assicurazioni, Pirelli, Ras e Sondel; Angelo Marchiò, presidente di Ras, era in Gim, Mediobanca, Pirelli e Unicredito.
Fondamenta
L’elenco potrebbe essere ancora molto più lungo: partecipazioni e incarichi incrociati garantivano anzitutto stabilità agli assetti che è stata per anni interrotta da pochi episodi. Era in sostanza ancora nelle fondamenta il sistema che Enrico Cuccia ha creato e consolidato intorno a Mediobanca con l’idea così espressa in sintesi da Giorgio La Malfa: «Ricreare la Comit di Giuseppe Toeplitz senza gli errori di Toeplitz» che hanno contribuito al tracollo delle banche e alla creazione dell’Iri. E all’Iri, da cui pur proveniva, Cuccia guarda con crescente avversione da quando, a partire dagli anni Cinquanta, la Dc con Amintore Fanfani dilaga nell’economia e vuole aumentare la propria presa. Questo sistema, che «tiene» fino al Duemila, quindi anche dopo la caduta dell’Iri e le privatizzazioni, oggi appartiene al passato.
Dal 2004 è la stessa Mediobanca guidata da Alberto Nagel a voltar pagina rispetto al doppio ruolo di banca d’affari e holding e a smantellare il portafoglio partecipazioni: ne cede in dieci anni per 4-5 miliardi conservando il 13,2% di Generali destinato a scendere al 10%. A Trieste Mario Greco in un biennio dismette equity per 4,3 miliardi. Le loro decisioni contribuiscono in modo determinante al cambiamento del sistema. Insieme ad altri fatti e condizioni. In Germania, dove per lungo tempo ha retto un capitalismo finanziario (la cosiddetta Deutschland Ag) sostenuto da partecipazioni incrociate e rapporti stretti fra banche e imprese, il contributo maggiore alla dismissione delle quote azionarie lo ha dato la riforma fiscale del Duemila che ha offerto una serie di incentivi. Obiettivo: favorire lo smantellamento degli intrecci di proprietà e incarichi che costituivano un ostacolo all’afflusso di capitali esteri. E la prima ad aderire il nuovo corso è stata Deutsche bank che nel novembre di quello stesso anno ha comunicato di voler cedere partecipazioni per 20 miliardi entro il 2005.
Nuove spinte
In Italia una simile «scossa» iniziale non c’è stata. Al tramonto dell’«Italia spa» ha concorso un certo numero di fatti non meno «traumatici» per il vecchio sistema. Storici patti decadono con le grandi fusioni bancarie; la vendita di diverse partecipazioni inizia sotto la spinta dell’Antitrust che subordina vieppiù le autorizzazioni a fusioni finanziarie a impegni fra i quali lo scioglimento di legami azionari; la crisi del 2007 e le successive spinte regolatorie domestiche e internazionali rendono necessari rafforzamenti patrimoniali in banche e assicurazioni e una focalizzazione nei core business , processi che portano a un ricambio di azionariato con la ritirata in particolare di alcune fondazioni; per liberare capitale e concentrare risorse nei propri mestieri e competenze si procede a dismettere gli asset e le partecipazioni non core ; l’introduzione di discipline che regolano le operazioni con parti correlate e introducono il divieto dei doppi incarichi, dettando la fine del cosiddetto intelocking .
Forze liberate
A questo punto il network è in via di dissoluzione. Sono stati sciolti legami come quelli fra Generali e Intesa; Mediobanca e Fiat, UnipolSai, Intesa, Ras-Allianz; sono in via di archiviazione quelli fra Telecom, Generali, Intesa, Piazzetta Cuccia; Falck è single , Edison è francese; Fiat non ha conservato partecipazioni dopo che Sanpaolo si è unito con Intesa e Banca Roma (poi Capitalia) con Unicredit. E nei consigli i doppi incarichi nella finanza sono finiti e ne restano pochi in banche e industrie. Il capitale liberato con le cessioni e svincolato dai patti, governance rinnovate e alcune regole specifiche hanno viceversa favorito l’arrivo di investitori istituzionali esteri. Oggi detengono oltre il 50% di Telecom, il 40% di Generali, il 35% di Mediobanca, sono fra i primi azionisti di Unicredit. Da un lato una novità come il voto maggiorato può dare più stabilità agli azionariati, dall’altro affiora il modello public company . In che direzione si va, dunque? Per gli assetti proprietari del nostro capitalismo il futuro si profila senza tutele e reti: la sfida è aperta.
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